GERHART HAUPTMANN.
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I TESSITORI.
Dramma in cinque atti.
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Traduzione di: Enrico Gagliardi.
1920. Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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L'Autore.
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Figlio di un modesto albergatore, nipote di un tessitore, Gerardo Hauptmann  nato nel 1862 a Salzbrunn, una stazione di cura della Slesia.
Incerto, esitante sul suo futuro destino, si avvi all'agricoltura, poi studi scultura a Breslau, segu a Jena un fratello studente di scienze naturali, s'imbarc in Amburgo sopra una nave mercantile, gir l'Italia, apr uno studio di scultura a Roma, se ne torn in Germania in seguito a febbri malariche.
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Nel maggio 1885 spos a Dresda la signorina Maria Thienemann, una ragazza bella, buona, ricca, le cui sorelle avevano sposato due fratelli di Gerardo. I tre figli che nacquero dalle loro nozze morirono; la Banca alla quale gli sposi avevano affidato tutta la fortuna, fall.... Momenti dolorosi e difficili: ma un lontano parente della moglie lasci alla giovane coppia una eredit che la compensava della perdita fatta, sicch l'artista pot attendere ai suoi lavori senza fretta e senza preoccupazioni.
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La sua attivit letteraria si apre nel 1885 con un poema (pi raccolta di pensieri, che poema) La sorte dei Prometidi che poi l'Hauptmann ripudi e ritir dalla circolazione. Ma la sua produzione teatrale si inizia col dramma sociale Prima del levar del sole, che in qualche modo deriva da Zola, e ha la stessa mossa iniziale di La potenza delle tenebre di Tolstoi. A questo primo dramma rappresentato la sera del 24 ottobre 1889 al teatro Lessing di Berlino per conto della Societ della Libera scena (una specie del Teatro Libero di Parigi) seguono La festa della riconciliazione di derivazione ibseniana, Anime solitarie (Einsame Meuschen), pochi mesi dopo I tessitori, dopo i quali egli  salutato maestro, e la sua attivit  ininterrotta e continua.
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Citeremo tra i lavori pi notevoli di Hauptmann Il collega Crampton, La pelliccia di castoro, L'ascensione al cielo di Hannele, Florian Geyer (dramma storico, come in un certo senso  dramma storico I tessitori); La campana sommersa (dramma simbolista che ottenne il pi grande successo); Il vetturale Henschel (dramma naturalista); Il povero Enrico, Rosa Bernd, Griselda.
L'ispirazione in Hauptmann  varia e varia fu anche la sua fortuna scenica, sicch accanto a grandi trionfi dobbiamo anche registrare veri insuccessi.
Prima della guerra per molti e molti anni passava in Liguria pi mesi ed era considerato un grande amico dell'Italia. La sua opera  ben nota tra noi per traduzioni, per rappresentazioni, per studi critici (notevole tra gli altri quello del prof. Cesare de Lollis, Firenze, Le Monnier, 1899).
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L'argomento dei Tessitori non  nuovo nella letteratura tedesca: basti ricordare il Canto dei tessitori di Enrico Heine. Il dramma fu scritto prima in dialetto slesiano e poi tradotto parzialmente in tedesco letterario e pubblicato nel gennaio 1892. Proibito per qualche tempo, fu dato il 26 febbraio 1893 alla Libera scena, poi ripreso nel settembre 1894 al Deutsches theater, rappresentandosi in tre anni non meno di duecento sere. Nei monti slesiani erano vivi i ricordi della sommossa dei tessitori nel 1844, regnando Federico Guglielmo IV. L'autore vuol essere imparziale: il suo dramma non  socialista, n rivoluzionario;  la pietosa rappresentazione della miseria e del dolore, tanto pi impressionante quanto  pi lontana dalle grandi frasi.
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PERSONAGGI DEL PRIMO ATTO.
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Per la fabbrica:
DREISSIGER, fabbricante di frustagno.
PFEIFER, commesso di Dreissiger.
NEUMANN, cassiere di Dreissiger.
Un apprendista.
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Per i tessitori:
BAECKER.
IL VECCHIO BAUMERT.
REIMANN.
HEIBER.
PRIMO TESSITORE.
PRIMA TESSITRICE.
Un ragazzo.
Un gruppo di tessitori e tessitrici.
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ATTO PRIMO.
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Uno stanzone imbiancato nella fabbrica di Dreissiger in Peterswalden. I tessitori riportano il frustagno a domicilio. A sinistra finestre senza tende; in fondo una porta a vetri da cui entrano ed escono continuamente tessitori, tessitrici e bambini. Lungo il muro di destra, coperto quasi interamente come tutti gli altri muri da scansie per le pezze di frustagno, c' un banco su cui i tessitori posano le pezze. Man mano che entrano, i tessitori presentano il frustagno che deve essere esaminato. Il commesso Pfeifer sta in piedi dietro una gran tavola su cui viene deposto il lavoro: per esaminarlo, si serve d'un compasso e d'una lente. Quando Pfeifer ha esaminato il frustagno, il tessitore lo mette sulla bilancia; l'apprendista lo pesa e lo ripone nelle scansie. Ogni volta, il commesso, Pfeifer grida forte la somma da pagarsi al cassiere Neumann seduto dietro un tavolinetto.
 una giornata afosa verso la fine di maggio. L'orologio segna mezzogiorno. La maggior parte dei tessitori che aspettano sembrano imputati sul banco d'accusa, in attesa d'una condanna di vita o di morte. Tutti hanno quell'aria di sottomissione propria a chi riceve elemosina e sentendo d'essere semplicemente tollerato, finisce, a forza di umiliazioni, col farsi abitualmente pi piccolo che pu. La fisionomia di tutti esprime una preoccupazione incessante ed infruttuosa. Gli uomini, quasi tutti somiglianti fra loro, alcuni rachitici, altri catarrosi, sono per la maggior parte individui dal petto rientrante, miseri, che tossiscono, d'un pallore malsano: vittime del telaio, le cui ginocchia si sono curvate a forza di stare seduti. Le donne sono a prima vista meno tipiche; sono trasandate, spossate, irrequiete, mentre gli uomini mostrano ancora una certa miserevole gravit. Mentre i vestiti degli uomini sono almeno rattoppati, le sottane delle donne cadono a brandelli. Ci sono per ragazze non prive di grazia, dal pallore cereo, dalle forme delicate, dagli occhi grandi, sporgenti e melanconici.
Neumann
pagando.
Restano trentadue soldi e due centesimi.
Prima Tessitrice
trent'anni, consunta, prende il denaro, con dita tremanti.
Grazie
Neumann
vedendo che la donna non se ne va.
Ebbene? Non vi torna forse?
Prima Tessitrice
commossa, supplicando.
M'anticipi un paio di centesimi, oggi ne ho tanto bisogno.
Neumann.
Io avrei bisogno d'un paio di centinaia di scudi. Se bastasse aver bisogno!
Duro, pagando gi un'altra tessitrice.
In quanto agli anticipi tocca a decidere al signor Dreissiger.
Prima Tessitrice.
Non potrei vedere il signor Dreissiger?
Pfeifer
gi tessitore, il tipo  evidente, ma  ben nutrito, accurato, ben vestito, sbarbato di fresco e prende spesso tabacco. Interrompendo bruscamente.
Ci vorrebbe altro, se il signor Dreissiger dovesse occuparsi di ogni miseria! Per questo ci siamo noi.
Misura col compasso ed esamina con la lente.
Accidenti! C' un riscontro!
S'avvolge una sciarpa pesante attorno al collo.
Chiudete la porta quando entrate.
L'apprendista
forte a Pfeifer.
 come discorrere con dei pezzi di legno.
Pfeifer.
Ecco fatto! la bilancia!
Il tessitore posa la pezza sulla bilancia.
Se capiste un po' meglio il vostro mestiere! Si sale e si scende come in montagna. Levatemelo dagli occhi. Un tessitore che sa il fatto suo non aspetta tanto a spianare la tela.
Baecker
entra.  un tessitore giovane, eccezionalmente forte, dal contegno disinvolto quasi insolente. Pfeifer, Neumann e l'Apprendista, scambiano, vedendo Baecker, sguardi d'intelligenza.
Accidenti! c' da sudare l'anima.
Primo Tessitore
a mezza voce.
E come brucia, avremo un acquazzone!
Baumert
si spinge avanti dalla porta di destra. Dietro la porta si scorgono pigiati insieme tessitori che aspettano. Il vecchio s'avanza traballando e posa il suo carico sulla panca vicino a Baecker presso cui siede, asciugandosi il sudore.
Me lo son guadagnato un po' di riposo.
Baecker.
Riposarsi  meglio che un paio di soldi.
Baumert.
Oh! un paio di soldi non guastano. Buon giorno, Baecker.
Baecker.
Buon d anche a voi, babbo Baumert! Chi sa quanto bisogner aspettare il loro comodo!
Primo Tessitore.
Un tessitore? Non ci badare. Aspetta un'ora o una giornata. Un tessitore non  che una cosa.
Pfeifer.
Silenzio l dietro! Non ci si capisce pi.
Baecker
piano.
Si  levato anche oggi di traverso.
Peifer
al tessitore in piedi davanti a lui.
Quante volte ve l'ho gi detto: dovete ripulirla meglio. Ma che porcheria  questa? Ci sono filaccie lunghe un dito, paglia e ogni sorta di sudicerie.
Reimann.
Avrei bisogno d'una pinzetta.
L'Apprendista
che ha pesato la pezza.
Il peso  anche scarso.
Pfeifer.
Ma che razza di tessitori siete! Peccato per ogni catena che si d a cottimo. Ges, a tempo mio! Sarei stato fresco col mio mastro. Allora, tessere era ben altra cosa. Bisogna conoscere il mestiere. Oggi non ce n' pi bisogno. Neumann, una lira.
Reimann.
Ma si calcola una libbra di calo.
Pfeifer.
Non ho tempo da buttar via. Basta cos. Cosa portate voi?
Heiber
posa la pezza sul banco mentre Pfeifer l'esamina. Heiber gli si avvicina e gli parla a mezza voce calorosamente, persuasivamente.
Abbia pazienza, signor Pfeifer, mi faccia tanto la carit - non si offenda sa.... se mi potesse lasciare l'acconto fino a quest'altra volta.
Pfeifer
sardonicamente, continuando a misurare col compasso la tela e a guardarla con la lente.
Non ci mancherebbe altro! Ve lo siete rifumato l'anticipo eh!!
Heiber
continuando sullo stesso tono.
Mi farebbe tanto comodo fino a quest'altra settimana; m' toccato a lavorare due giorni sullo stradale, e per giunta ho la vecchia a casa ammalala.
Pfeifer
passando la pezza al pesatore.
Un'altra porcheria.
Esaminando gi un'altra pezza.
Vedi un po' che roba, un po' larga un po' stretta. Qui ha infagottata la trama, qui l'ha diradata come un pettine. E nemmeno settanta fili per pollice? Dov' il resto? Dov' l'onest? C' da star grassi davvero!
Heiber reprime le lagrime e resta umiliato e sconsolato.
Baecker
piano a Baumert.
A sentirli bisognerebbe metterci anche il filo del nostro, per questa canaglia.
Prima Tessitrice
che si era allontanata soltanto d'alcuni passi dal tavolino del cassiere e si guardava attorno con sguardi esterrefatti, cercando aiuto senza mai muoversi, si fa animo e si rivolge di nuovo supplichevole al cassiere.
Non posso proprio tirare pi avanti cos.... non so dove battere il capo.... se oggi non mi d un acconto.... Oh, Ges, Ges!
Pfeifer
rivolto alla tessitrice le grida.
Lasciateci in pace con i vostri Gesutera Gesutera. Ordinariamente non siete mica tanto devoti?! Fareste meglio a stare pi ai panni al vostr'uomo, che non lo si vedesse seduto dalla mattina alla sera all'osteria. Non possiamo dare acconti. Noi, se ne deve render conto: non  mica denaro nostro. Il principale lo ripretende da noi. Chi  laborioso e sa fare il su' mestiere e fa il su' lavoro nel timor di Dio, non ha mai bisogno di anticipi! E basta cos!
Neumann.
E se un tessitore di Bielau guadagna quattro volte tanto, scialacqua quattro volte di pi e s'indebita fin sopra i capelli.
Prima Tessitrice
forte, quasi appellandosi al sentimento di giustizia di tutti.
Non sono certo pigra io, no, ma non posso pi tirare avanti cos. Ho gi avuto due colpi, poverina. E anche il mi' omo non conta pi che per mezzo;  andato dal pecoraro di Zerlau, ma anche lui non ha potuto levargli il male di dosso. Miracoli non se ne possono fare! E m'ingegno anche troppo. Non chiudo pi occhio da settimane; ma andr, andr, di nuovo.... se io.... se io....mi levo un po' questa debolezza dall'ossa. Bisogna pure che per questa volta intenda ragione.
Supplicando ferventemente, insinuante.
Abbia tanta carit, per questa volta sola, mi faccia dare un paio di palanche.
Pfeifer
imperturbabile.
Fiedler una lira e dieci.
Prima Tessitrice.
Magari un paio di centesimi per comprare il pane. I contadini non ci fanno pi credito. Abbiamo un mucchio di bambini....
Neumann
a mezza voce, con comica seriet all'Apprendista.
Gi, i tessitori hanno tutti gli anni un bambino; tiri, tiri! tra, l, l!
L'Apprendista.
In un fosso, una rana acciec, tiri tiri, tra, l, l!
Reimann
senza toccare il denaro, contatogli dal cassiere.
Sinora ci hanno dato venticinque soldi per una pezza.
Pfeifer
gridando.
Se non vi conviene, Reimann, non avete che da dire una parola. Tessitori ce ne sono abbastanza. Specialmente come voi. Il buon peso fa anche la buona paga.
Reimann.
Che manchi sul peso....
Pfeifer.
Portate una pezza di frustagno senza magagne e anche sul prezzo non ci sar tara.
Reimann.
Non si direbbe che ci siano tanti grumoli.
Pfeifer.
Chi ben lavorare, ben mangiare.
Heiber
 restato in prossimit di Pfeifer per cogliere il buon momento. Ha riso cogli altri al bisticcio di Pfeifer e gli si riavvicina rivolgendogli la parola supplichevole come la prima volta.
Abbia tanta pazienza, signor Pfeifer, mi faccia la carit, non mi levi i cinquanta centesimi d'anticipo. La mi' vecchia  a letto ripiegata come un gomitolo da' reumatismi sin da marted grasso. Non pu pi muovere un dito per lavorare. Bisogna che paghi un'incannatrice. E per questo....
Pfeifer
prendendo tabacco.
Credete forse che abbia soltanto voi da spicciare? Gli altri aspettano il loro turno.
Reimann.
Ho avuto la trama cos, cos l'ho montata sul telaio e cos l'ho smontata. Non posso mica riportare il filo meglio che me lo danno.
Pfeifer.
Se non vi va, potete fare a meno di prendere un'altra catena. Ne abbiamo anche troppi che correrebbero scalzi a cercar lavoro.
Neumann
a Reimann.
Volete o non volete prendere i quattrini?
Reimann.
Creda, non posso proprio.
Neumann
senza pi occuparsi di Reimann.
Heiber, una lira, meno mezza lira d'anticipo, restano cinquanta centesimi.
Heiber
s'avvicina, guarda il denaro, si ferma, scuote la testa come se non potesse assolutamente capire la cosa e intasca il denaro, adagio, meticolosamente.
Dio, Dio!
Sospirando.
Gi, gi!
Baumert
sul viso a Heiber.
Gi, gi, Checco. C' proprio di che sospirare.
Heiber
parlando a stento.
I' che tu vo', ho a casa una bambina in un fondo di letto. Ci vorrebbe una medicina.
Baumert.
I' che l'ha?
Heiber.
I' che tu vo', l' stata anche da piccina un cerottino. Non so proprio.... gi, a te, te lo posso anche dire - l'ha portato [il suo guaio venendo] al mondo. Una sudiceria simile addosso guasta presto il sangue.
Baumert.
Tribolazioni per tutto. Quando la miseria entra in casa, le disgrazie vengono come la gragnola. Non c' rimedio, non c' scampo.
Heiber.
O i' che t'hai nella pezzla?
Baumert.
In casa non c'era pi una briciola a cercarla col lanternino. I' che tu vo'? Ho fatto ammazzare il canino. Anche lui, povera bestiola, era mezzo morto di fame, tutto pelle ed ossa. Era un bel canino, cos grosso, si vedeva appena. Non l'ho voluto ammazzare da me. Non ho avuto core.
Pfeifer
che ha esaminata la pezza di Baecker, grida.
Baecker, venticinque soldi.
Baecker.
Questa l' una gretta elemosina, non  una paga.
Pfeifer.
Chi ha avuto il fatto suo deve andarsene. Qui, non ci si pu muovere.
Baecker
agli astanti senza abbassare la voce.
L' una elemosina, non  una paga. Pretendono che si pesti al telaio da quando fa giorno a quando fa notte. E quando si  stati diciotto giorni ripiegati sul telaio e ogni sera ci si sente tutti stronchi e mezzo intontiti dalla polvere e dal caldo d'inferno, si  guadagnata la gran somma di venticinque soldi.
Pfeifer.
Qui non si sbraita.
Baecker.
Tu non se' muso da imbavagliarmi il grugno.
Pfeifer
saltando in piedi.
Vo' un po' vedere.
S'avvicina alla porta vetrata e chiudendola, grida nella stanza annessa.
Signor Dreissiger, signor Dreissiger, abbia la compiacenza.
Dreissiger
sulla quarantina, corpulento, asmatico, dall'aria severa, entra e domanda.
Ebbene, cosa c' Pfeifer?
Pfeifer
malignamente.
Baecker non vuol star zitto.
Dreissiger
pettoruto, con la testa indietro e le narici frementi, fissando Baecker.
Ah cos, Baecker!
A Pfeifer,
 quello che....
I commessi accennano di s col capo.
Baecker
insolentemente.
Gi, gi, signor Dreissiger,
Accennando a se stesso.
questo  quello,
Accennando a Dreissiger.
e quello  questo.
Dreissiger
indignato.
Cosa si permette questo figuro?!
Pfeifer.
A lui, la gli va troppo bene. Tanto va la gatta al lardo, sinch ci lascia lo zampino.
Baecker
brutalmente.
O rosica-centesimi, chiudi anche tu la ghignaccia! Quella strega di tu' madre a luna nuova si dev'essere sconciata, vedendo il diavolo, per farti tanto cane.
Dreisaiger
in uno scoppio d'ira grida.
Silenzio, silenzio subito, altrimenti....
Fa un paio di passi in avanti, tremando.
Baecker
aspettandolo risolutamente.
Non sono mica sordo, ci sento ancora benone.
Dreissiger
dominandosi, domanda con apparente tranquillit d'uomo d'affari.
Non c'era anche lui nella banda di iersera?
Pfeifer.
Lui  un tessitore di Bielau. Quelli non mancano mai quando si tratta di far baccano.
Dreissiger
tremando.
Sentimi, dunque, bene: se succede ancora una volta, che un branco di ragazzacci, mezzo ubriachi, una banda di discoli passa davanti a casa mia, come ieri sera, con quell'infame canzone....
Baecker.
Vuol dire il Giudizio universale?
Dreissiger.
Sapete gi cosa voglio dire. Dunque, vi prevengo: se la sento ancora una volta, faccio prendere a caso uno di voi altri dal branco e - sull'onor mio, non scherzo - lo consegno alla polizia. E se mi riesce di scoprire chi ha scritto quella furfanteria.
Baecker.
Gran bella canzone, quella!
Dreissiger.
Ancora una parola e faccio chiamare la polizia - immediatamente - non lo dico due volte. Non ci mancherebbe altro che non si potesse tenere a posto quattro ragazzacci. Ho tenuto a posto ben altri musi.
Baecker.
Non si scalmani, nessuno ne dubita. Un vero fabbricante tiene a posto due o trecento tessitori come bere un uovo fresco. Non lascia loro nemmeno un paio d'ossa marcite. Un messere cos ha quattro stomachi come una vacca e zanne come un lupo. Gi, gi, non c' niente da fare.
Dreissiger
ai commessi.
Da noi per lui non c' pi un centesimo di lavoro.
Baecker.
O, se crepo di fame al telaio o in una fossa, m' tutt'uno.
Dreissiger.
Fuori, fuori subito.
Baecker
risoluto.
Prima voglio la mia paga.
Dreissiger.
Quanto gli tocca a quest'individuo, Neumann?
Neumann.
Venticinque soldi.
Dreissiger
strappa di mano il denaro al cassiere e lo getta sul tavolino in modo che alcuni soldi rotolano per terra.
Ecco qui! e ora fuori. Levamiti dai piedi.
Baecker.
Prima voglio avere la mi' paga.
Dreissiger.
L c' la vostra paga, e se ora non vi spicciate, se non ve n'andate subito....  appunto mezzogiorno.... i tintori fanno appunto pausa....
Baecker.
La paga mi si deve dare in mano, la voglio qui.
Si tocca il palmo della mano.
Dreissiger
all'Apprendista.
Raccattatela, Filgner.
L'Apprendista raccoglie la paga e mette il denaro in mano a Baecker.
Baecker.
Ci vuole ordine in tutto.
Ripone il denaro in una vecchia borsa senza affrettarsi.
Dreissiger.
Ebbene?
Vedendo che Baecker non se ne va.
Devo forse aiutarvi?
Il gruppo dei tessitori si agita. Qualcuno tira un lungo e profondo sospiro, poi si ode cadere un bambino. L'interesse generale si rivolge a questo nuovo episodio.
Che c' dunque l?
Diversi Tessitori e Tessitrici.
 cascato un bambino. - Un ragazzino ammalato. - Gli ha preso un accidente?!
Dreissiger.
Ma, come...? cascato...?
Avvicinandosi.
Il Vecchio Tessitore.
Eccolo steso l.
Si fa posto; si vede un ragazzo di otto anni giacere come morto per terra.
Dreissiger.
Chi conosce questo ragazzo?
Il Vecchio Tessitore.
Non  del paese.
Baumert.
Pare quasi il bambino dell'Heinrichen.
Lo osserva pi attentamente.
Gi, gi,  il piccolo Gustavo Heinrichen.
Dreissiger.
Dove sta questa gente?
Baumert.
L su da noi a Kaschbach, signor Dreissiger. La sera va attorno con l'organino, il giorno si stronca le reni sul telaio. Hanno nove bambini e un altro per la strada.
Diversi Tessitori e Tessitrici.
La gli va proprio male, disgraziati! - Gli piove in camera. - La mamma non ha due camicine per nove bambini.
Baumert
scuotendo il bambino.
Ebbene, poverino, cosa hai? Svegliati.
Dreissiger.
Su, date una mano. Alziamolo. Ci vuol proprio poco giudizio, mandare un bambino cos debole da cos lontano. Portate, dunque, un po' d'acqua, Pfeifer!
Una Tessitrice
che aiuta a sollevare il bambino.
A morir c' sempre tempo, poverino.
Dreissiger.
Anzi cognac, Pfeifer, cognac  meglio.
Baecker
ha osservato tutto, dimenticato da tutti. Adesso, con una mano sulla maniglia della porta d'escita, grida ironicamente.
Ficcategli anche qualche cosa nel gozzo, vedrete come si riavr!
Esce.
Dreissiger.
Quel mascalzone finisce certo male. - Prendetelo sotto braccio, Neumann - adagio - adagio - cos, cos. - Portiamolo nel mio studio. - Cosa c'?
Neumann.
Ha detto qualche cosa, signor Dreissiger. Muove le labbra.
Dreissiger.
Cosa vuoi, piccino?
Il Bambino
con un fil di voce.
Ho.... ho fame.
Dreissiger
impallidendo.
Non si capisce.
La Tessitrice.
Mi pare, dice....
Dreissiger.
Lasciate fare a noi. Ma non tratteneteci. Da me pu stendersi sul canap. Sentiremo subito cosa dice il dottore.
Dreissiger, Neumann e la Tessitrice conducono il bimbo nello studio. I tessitori si agitano come tanti scolaretti, appena il maestro esce di classe. Si sgranchiscono le membra, bisbigliano, passano da un piede all'altro, ed in pochi minuti parlano tutti forte ed insieme.
Baumert.
Per me, Baecker ha ragione.
Tessitori e Tessitrici
alla rinfusa.
Il marmocchio ha detto che ha fame. - Qui ne casca spesso qualcheduno di fame. - Poveri noi, cosa faremo quest'inverno se ci accorciano sempre la paga! - Quest'anno le patate sono marcite. Andr meglio quando saremo tutti sotto terra.
Baumert.
Sarebbe meglio fare addirittura come il tessitore di Nenntwich: passarsi un nodo scorsoio al collo ed agganciarsi alla stanga del telaio. Tieni, prendine una presa, sono stato a Neurode, il mi' cognato lavora nella fabbrica dove fanno il tabacco da naso. Me n'ha dato un cartoccino. I' che tu hai di bello nella pezzuola?
Il Vecchio Tessitore.
Un po' d'orzo tallito. Il carro d'Ullbrich, il mugnaio, m' passato davanti. C'era un sacco un po' scucito. Capita proprio a tempo, credilo.
Baumert.
A Peterswaldau ci sono ventidue mulini, ma per noi non macinano pi.
Il Vecchio Tessitore.
Ma che, ragazzi! Chi si perde di coraggio si affoga. Una cosa o l'altra capita. Cos si tira innanzi un altro po'.
Heiber.
Quando la fame torce le budella, bisogna raccomandarsi a tutti i santi! E se loro non ci saziano, ci si mette un sasso in bocca e lo si mastica. Dico bene, Baumert?
Dreissiger, Pfeifer e Neumann rientrano.
Dreissiger.
Non era nulla di grave. Il monello  di nuovo vispo come un pesce.
Passeggia agitato, sbuffando.
Ma resta sempre un'imprudenza. Quel bambino  sottile come un giunco, un soffio d'aria lo porta via. Non si capisce proprio come gente anziana.... i genitori possano avere tanto poco giudizio. Caricarlo di due pezze di frustagno per pi d'una diecina di chilometri! Incredibile! Bisogna proprio che dia l'ordine di non riprendere il lavoro dai ragazzi.
Va di nuovo su e gi in silenzio.
Ad ogni modo desidero assolutamente che non succeda una seconda volta. In fin dei conti a chi tocca poi la colpa? Naturalmente a noi fabbricanti. Noi abbiamo colpa di tutto. Quando d'inverno un povero monelluccio cos resta preso nella neve e si assidera, uno scribaccino qualunque accorre ed in un paio di giorni abbiamo in tutte le gazzette una storia da far piangere i sassi. Il padre, i genitori, che mandano un bambino cos.... Ma che, loro non ci hanno colpa! Bisogna pendersela col fabbricante, il fabbricante  il capro espiatorio. Il tessitore tutti lo accarezzano, ma al fabbricante tutti danno addosso:  un uomo senza cuore, un macigno, un soggettaccio pericoloso contro cui si possono aizzare impunemente i cani. Lui vive come un papa ed affama i poveri tessitori. Che anche un tal uomo abbia dei pensieri, e certe notti non chiuda occhio, e corra un rischio di cui l'operaio non ha idea; che spesso a forza di dividere, sommare, sottrarre, calcolare e ricalcolare, non sappia pi dove ha la testa; che debba pensare e riflettere a centomila cose e che debba sempre, per cos dire, vivere in lotta con tutti e fare una concorrenza al coltello per guardarsi la pelle; che non passi giorno senza prendersi una arrabbiatura e rimetterci del suo; su tutto questo, acqua in bocca. E che parassiti non si appiccicano al fabbricante, chi non lo spolpa, chi non vive alle sue spalle? No, no, se foste qualche volta nei miei panni ne avreste presto abbastanza.
Dopo un breve raccoglimento.
Che contegno non si  permesso qui quel mascalzone, quel Baecker! Adesso andr a strombazzare per tutto, Dio sa che infamie sul conto mio. Ad ogni piccolezza, mando via i tessitori, come bere un uovo fresco!  vero questo? Sono tanto duro io?
Molte voci.
No, signor Dreissiger!
Dreissiger.
Ecco, pare anche a me. E con tutto questo, questi bifolchi s'aggirano nelle adiacenze e sbraitano canzonaccie infami contro i fabbricanti, favoleggiano di fame ed hanno di che pagarsi l'acquavite a quartucci. Dovrebbero un po' ficcare il naso altrove e vedere come vanno le cose dai tessitori di tela. Quelli s che possono parlare di miseria. Ma voialtri, voialtri tessitori di frustagno, siete ancora in condizioni tali da ringraziarne Dio mattina e sera. E io domando ai tessitori anziani, ai pi capaci: un tessitore, lavorante a modo, guadagna da me di che vivere o no?
Moltissime voci.
S, signor Dreissiger.
Dreissiger.
Vedete bene! Un figuro come il Baecker, certo no. Ma datemi retta, tenetevelo lontano: quando non ne posso proprio pi, me ne lavo le mani, chiudo la fabbrica e allora penserete voialtri a levarvi d'impiccio. Allora vedrete dove trovare lavoro. Da quel valentuomo di Baecker, certo no.
Prima Tessitrice
si  avvicinata a Dreissiger e gli scuote la polvere dall'abito, con umilt abbietta.
Si  insudiciato, signor Dreissiger.
Dreissiger.
Gli affari vanno a rotta di collo, lo sapete anche voialtri. Invece di guadagnare ci rimetto un tanto del mio. Se malgrado ci faccio in modo che i miei tessitori abbiano sempre lavoro, intendo anche che lo riconoscano. La merce m'intristisce l a migliaia di pezze, e oggi come oggi non so ancora se potr mai venderla. Ora sento che da queste parti ci sono moltissimi tessitori senza lavoro e siccome.... ma questo pu spiegarvelo Pfeifer. Perch vediate la buona volont, la cosa sta precisamente in questi termini.... naturalmente non posso distribuire elemosine, ma fino a un certo punto posso far guadagnare ai disoccupati almeno una piccolezza. Facendolo corro un rischio enorme, ma  affar mio. - Mi dico: se un individuo pu guadagnarsi una mezza pagnotta al giorno,  sempre meglio che se patisce la fame. Non ho ragione?
Molte Voci.
S, s, signor Dreissiger.
Dreissiger.
Sono dunque disposto a dare lavoro ad altri duecento tessitori. Pfeifer vi dir a che condizioni.
Fa per uscire.
Prima Tessitrice
gli chiude il passo, parla concitata, supplichevole.
Benefattore mio, creda, proprio il bisogno, mi faccia tanta carit.... ho avuto due colpi....
Dreissiger
premuroso.
Parlate con Pfeifer, buona donna, ho gi fatto tardi.
La lascia in asso.
Reimann
chiudendogli egualmente il passo in tono di mortificazione e rimprovero.
Signor Dreissiger, mi faccia giustizia. Il signor Pfeifer ritiene.... Per una pezza ho sempre avuto dodici palanche....
Dreissiger
interrompendolo.
L c' il contabile, rivolgetevi a lui. Quella  la via buona.
Heiber
trattenendo Dreissiger.
Signor Dreissiger....
Tartagliando e con furia e confusione.
Vorrei pregarla tanto, se mi potesse, mi.... se il signor Pfeifer mi potesse, mi potesse....
Dreissiger.
Cosa volete dunque?
Heiber.
Un anticipo, una miseria, l'ultima volta, cio, siccome....
Dreissiger.
Chi vi capisce  bravo.
Heiber.
Ero un po' in ristrettezze, perch....
Dreissiger.
Affare di Pfeifer, affare di Pfeifer, non posso proprio.... intendetevi con Pfeifer.
Sguizza nel suo studio. I postulanti si guardano annichiliti e si ritirano uno dopo l'altro lentamente.
Pfeifer
rimettendosi ad esaminare le pezze.
E cos, Annetta, cosa porti tu?
Baumert.
E ora quanto vuole dare per pezza, signor Pfeifer?
Pfeifer.
Dieci palanche.
Baumert.
C' proprio da stare allegri!
FINE DEL PRIMO ATTO.
 PERSONAGGI DEL SECONDO ATTO.
GUGLIELMO ANSORGE.
AUGUSTO.
FRITZ, di quattro anni.
IL VECCHIO BAUMERT.
JAEGER.
LA VECCHIA BAUMERT.
EMMA.
BERTA.
COMARE HEINRICH.
 ATTO SECONDO.
Una stanzetta in casa del girovago Guglielmo Ansorge in Kaschbach, nelle montagne di Silesia. Le mura della stanzetta o meglio catapecchia sono di assi in pessima condizione, tutte annerite dal fumo, alte soltanto sei piedi; il soffitto,  a travicelli. Due giovanette, Emma e Berta Baumert, siedono al telaio. La vecchia Baumert, mezzo paralizzata, siede su d'uno sgabello, presso al letto, all'arcolaio. Suo figlio Augusto, un giovane di venti anni, mezzo incretinito, dal tronco e la testa brevi e dalle estremit esageratamente lunghe, siede pure su d'uno sgabello, filando. Da due finestrini del muro a sinistra, chiusi con impannata di carta strappata e paglia, penetra nella catapecchia la rosea luce del tramonto, illuminando i capelli biondo chiari delle due fanciulle che li portano sciolti sulle spalle macilenti, nude; la rozza tela delle loro camicie insieme ad un gonnellino d'infimissima stoffa, costituiscono tutto il loro vestito. La luce coglie in pieno il viso della vecchia, un viso magro come quello d'uno spettro, grinzoso, dalla pelle esangue, con gli occhi incavati e infiammati dalla polvere della lana, dal fumo, dal continuo lavoro alla luce del lume. Ha un forte gozzo grinzoso, il seno incavato ricoperto di panni e stracci. La luce illumina pure una parte del muro di destra, con la stufa isolata, una panca innanzi alla stufa ed alcune rozze immagini di santi. Nell'apertura della stufa pendono stracci ad asciugare, dietro la stufa una quantit di ciarpame d'ogni genere ammassato. Sulla panca della stufa alcune vecchie pentole ed utensili di cucina. Per terra, ad asciugare su d'un pezzo di carta, buccia di patate. Dal soffitto pendono matasse e naspi. Presso ai telai vi sono delle cestine piene di fusi. Nel muro di fondo, una porticina senza serratura. Un fascio di giunchi  appoggiato al muro presso la porta. Vi sono pure alcune ceste rotte da riparare. - Si ode il rumore dei telai e i colpi ritmici delle loro casse che scuotono i muri ed il pavimento, nonch il rumore delle spole. A tutti questi rumori s'unisce il monotono e continuo mormorio degli arcolai, che somiglia al ronzio di grossi pecchioni.
La Vecchia Baumert
mentre le fanciulle fanno una pausa e si curvano sul telaio per esaminare la tela, dice con voce lamentevole ed esausta.
S' gi ristrappata?
Emma
la maggiore delle ragazze, ventidue anni, rilegando il filo.
Che razza di filo!
Berta
di quindici anni.
C' da perdere la testa con questa trama.
Emma.
Ma dove resta tanto tempo?  fuori gi dalle nove.
La Vecchia Baumert.
Gi, gi, dove pu essersi ficcato, ragazze?
Berta.
Niente paura, niente paura, mamma!
La Vecchia Baumert.
Si fa presto a dirlo!
Emma continua a tessere.
Berta.
Fermati un po', Emma.
Emma.
Cosa c'?
Berta.
Mi pareva di sentire qualcuno.
Emma.
Sar Ansorge che torna a casa.
Fritz
bambino di quattro anni, piccolo, scalzo, stracciato, entra piangendo.
Mamma, ho fame.
Emma.
Aspetta, Fritz, aspetta un po'! Il nonno viene subito. E porta il pane, porta il caff.
Fritz.
Ho tanta fame, mammuccia!
Emma.
Ma non senti? Non fare lo scemo. Viene subito e porta una bella pagnotta e il caff, hum! Quando ha finito di lavorare, la mamma prende poi le buccie delle patate, le porta dal contadino e lui manda in cambio al bambino buono un bel pentolino di siero.
Fritz.
Dov' andato il nonno?
Emma.
Dal fabbricante a riportargli la pezza, Fritz.
Fritz.
Dal fabbricante?
Emma.
S, s, Freduccio mio, da Dreissiger a Petersswaldau.
Fritz.
Gli danno pane l?
Emma.
S, s, gli danno tanti soldi e lui compra il pane.
Fritz.
Gli danno molti soldi al nonno?
Emma
impaziente.
Ma sta' zitto, grullo.
Continua a tessere, Berta pure tesse; subito dopo si fermano entrambe.
Berta.
Va' Augusto, di' ad Ansorge d'accendere il lume.
Augusto si allontana insieme con Fritz.
La Vecchia Baumert
con crescente angoscia, quasi gemendo.
Oh, ragazze, o ragazze! Dove sar mai il babbo?
Berta.
Oggi si sar attardato un po' all'osteria.
La Vecchia Baumert
piangendo.
Purch non sia andato da Kretscham.
Emma.
Non c' pericolo, mamma!
La Vecchia Baumert.
Il babbo non  uno di quelli.
Sopraffatta dall'apprensione.
Gi.... gi.... gi dite un po', voialtre, cosa sar di noi? Se ora.... se ora torna a casa.... se ha bevuto e non porta nulla a casa? In casa non c' pi un pizzico di sale, non un seccherello di pane. Nemmeno un tizzo di carbone....
Emma.
Non darti pensiero, mamma. Fa chiaro di luna, andiamo nella macchia. Augusto ci accompagna e prendiamo una bella bracciata di sterpi.
La Vecchia Baumert.
Gi, perch il guardaboschi vi ci colga!...
Ansorge
vecchio tessitore, di struttura colossale che deve piegarsi tutto per entrare, sporge dalla porta le spalle e la testa con capelli e barba arruffati.
Cosa volete?
Berta.
La mamma dice che accendiate il lume.
Ansorge
sommesso, come se parlasse in presenza d'un malato.
Ma se ci si vede ancora.
La Vecchia Baumert.
Allora lasciaci al buio!
Ansorge.
Anch'io non ho mica da scialare.
Si ritira.
Berta.
Lo vedi, eh, come  avaro?
Emma.
Chi sa ora quanto ci far aspettare!
Comare Heinrich
donna di trent'anni, gravida, entra. Sul suo viso smunto si scorge una preoccupazione angosciosa e tormentosa.
Buona sera alla compagnia.
La Vecchia Baumert.
Ebbene, comare Heinrich, che vento ti porta qui?
Comare Heinrich
zoppicando.
Mi  entrato un vetro nel piede.
Berta.
Vien qui, mettiti a sedere. Fa' vedere se te lo levo.
La comare Heinrich si siede, Berta le s'inginocchia davanti e le esamina la pianta del piede.
La Vecchia Baumert.
Cosa fate di bello a casa, comare Heinrich?
Comare Heinrich
con espressione disperata.
Non si tira proprio pi innanzi.
Cerca invano di reprimere un fiotto di lagrime, poi piange tacitamente.
La Vecchia Baumert.
Per noi altri, comare Heinrich, sarebbe meglio che il buon Dio ci facesse la carit di levarci dal mondo.
Comare Heinrich
non pu pi contenersi e grida piangendo.
I miei poveri piccini muoiono di fame!
Singhiozza e geme.
Non so pi da che parte voltarmi. S'ha un bell'arrabattarsi... correre da Erode a Pilato, sin dove le gambe portano! Sono mezza morta.... E tutto tempo perso. Saziate se vi riesce nove bocche affamate, con quei tanti! Ma con cosa? Iersera c'era un pezzetto di pane, troppo poco anche per i due piccini. "Chi lo vuole eh!" "Mamma, mamma, io! Io mamma!" vociano tutti in coro! Oh, povera me, oh povera me. Ora posso ancora muovermi! Ma cosa sar mai quando mi metter a letto? La piena ci ha portato via anche quel po' di patate. In casa non c' pi una briciola da mangiare!
Berta
ha levata la scheggia e lavata la ferita.
Ora la fascio.
A Emma.
Cerca un pezzetto di tela.
La Vecchia Baumert.
A noi ci va sempre cos, comare Heinrich.
Comare Heinrich.
Se non altro tu hai le ragazze. Tuo marito tanto lavora ancora, ma il mio, pover'omo, ha avuto un altro colpo, l'altra settimana. Si ritirava tutto.... si sbatteva di qua e di l... dallo spavento non raccapezzava pi nulla. E dopo un colpo cos mi resta otto giorni a letto.
La Vecchia Baumert.
Anche il mio non  pi buono a nulla e comincia ad essere un impiastro. Il petto, le reni non ne vogliono pi sapere. E siamo al verde anche noi, senza il becco d'un quattrino. Se oggi non porta a casa un paio di palanche non so nemmeno io cosa sar di noi.
Emma.
Credetelo, comare Heinrich. Siamo anche noi a questo punto.... se il babbo ha dovuto prendere con s il povero Ami, abbiamo poi dovuto ammazzarlo, tanto per rimetterci qualche cosa nello stomaco.
Comare Heinrich.
Se aveste un pugno di farina?
La Vecchia Baumert.
Nemmeno un pizzico, comare Heinrich, in tutta la casa non c' pi un chicco di sale.
Comare Heinrich.
Allora non so pi che fare!
Si alza, resta un momento ferma, assorta.
Non lo so proprio pi. Ci penser Dio.
Grida furiosa ed angosciata.
Potessimo almeno mangiare nel trogolo co' maiali! A mani vuote a casa non ci posso tornare. Questo poi no! Dio me lo perdoni, non c' altro scampo.
Esce zoppicando in fretta, poggiando soltanto il calcagno del piede sinistro.
La Vecchia Baumert
le grida dietro in tono d'ammonimento.
Comare Heinrich, comare Heinrich, non fate spropositi.
Berta.
Lei? Non c' paura. Non te lo mettere in testa.
Emma.
Quella fa sempre cos.
Si mette di nuovo al telaio e tesse alcuni secondi. Augusto fa lume con una candela di sego a suo padre, il vecchio Baumert, che lo segue, strascicandosi, con un pacco di filo in spalla.
La Vecchia Baumert.
Ges Maria, dove sei stato tanto?
Il Vecchio Baumert.
Pace, pace, non mi mangiare in un boccone. Lasciami prima prender fiato. Guarda piuttosto che t'ho portato.
Maurizio Jaeger
entra curvando la persona.  un soldato congedato, di mezzana statura, rubicondo, impettito, col berretto militare in capo di traverso, ben vestito e ben calzato, con la camicia pulita, ma senza colletto. Appena entrato si mette in posizione, saluta militarmente e dice in tono reciso.
Buona sera, comare Baumert!
La Vecchia Baumert.
Vedi un po'! Se' tornato a casa? Non ti sei scordato di noi? Mettiti a sedere. Vieni qua, mettiti a a sedere.
Emma
pulisce con la sottana uno sgabello di legno e lo spinge verso Jaeger.
Buona sera, Moritz, ti vuoi rassicurare come si sta in casa dei poveri?
Jaeger
Di' un po', Emma. Nemmeno ci volevo credere! Hai un marmocchio che sar presto di leva. Dove l'hai scovato?
Berta
che ha preso le scarse provvigioni, portate dal padre e disposta la carne in un tegame che mette nella stufa, mentre Augusto accende il fuoco.
Ti rammenti, Finger, il tessitore?
La Vecchia Baumert.
Stava con noi in questa stanza. Sicuro la voleva sposare, ma era gi spacciato di petto. Io non ho rimorsi; l'ho avvisata tante volte. Ma che, come predicare al deserto! Basta, ora  sotterra e sia pace all'anima sua. Al marmocchio ci ha da pensar lei. Ma di' un po', Maurizio, come te la sei passata?
Il Vecchio Baumert.
Ma zitta, grulla, per loro c' sempre pane fresco: lui s'infischia di tutti noi:  vestito come un principe, ha in tasca un cilindro d'argento e dieci begli scudi per giunta.
Jaeger
in attitudine e tono millantatore.
Non mi posso lamentare! Anche al reggimento m' sempre andata bene.
Il Vecchio Baumert.
Era ordinanza del capitano. Non senti? Parla come un signore.
Jaeger.
A parlar da signore mi ci sono tanto abituato, che qualche volta ho soggezione!
La Vecchia Baumert.
Vedi, vedi un po'. Un buono a nulla come lui, deve far fortuna! Con te non c' mai stato da fare un pasto a modo; non sei mai stato buono a dipanare due matasse di seguito. Sempre all'aperto, sempre a scorrazzar pei campi, a tender trappole alle talpe, a tender lacci ai pettirossi, quello s che ti piaceva. Non  forse vero?
Jaeger.
Vero, verissimo, comare Baumert. Ma non acchiappavo pettirossi, acchiappavo i rondoni.
Emma.
Avevamo un bel predicarti: le rondini sono velenose.
Jaeger.
E chi ci badava? Ma e qui come v' andata, comare Baumert?
La Vecchia Baumert.
Ges e Maria, male, ma male assai in questi ultimi quattro anni. Guarda, io sono tutta reumatismi. Guarda un po' le dita. Non so se li ho presi al fiume, o dove. Ma sto male, proprio male! Non posso pi muovere nulla! Lo so io sola che dolori devo sopportare.
Il Vecchio Baumert.
Gi, sta proprio male. Lei non dura pi molto.
Berta.
La mattina la vestiamo, la sera la spogliamo. Bisogna imboccarla come un bambino.
La Vecchia Baumert
sempre piagnucolando.
Non posso pi far nulla da me, da nessuna parte. Sono pi che ammalata, sono a carico degli altri. Ho pregato tanto Ges che mi riprendesse. Ges, Ges, non ne posso proprio pi. Non so pi.... gli altri credono.... ma sono abituata a lavorare sin da piccina. Ho sempre fatto la mia parte, ed ora, tutto ad un tratto
Tenta invano d'alzarsi.
non va pi, non va pi. Il mio uomo  buono, le ragazze sono brave figliole, ma vederle soffrire cos! Povere figliole, vedi un po' che aria hanno! A momenti non hanno pi una goccia di sangue in corpo. Sono slavate come un lenzuolo da morto. Faccia bene o faccia male, bisogna che pestino sempre la predella del telaio. Poverine, fanno da bestie tutto l'anno sul telaio. Non han potuto nemmeno mettersi insieme uno stracciuccio di vestito per coprirsi, per andare un po' a modo alla messa la festa, o permettersi uno svago col prossimo. Sembrano due spauracchi, ragazze di quindici e vent'anni!
Berta
alla stufa.
Fa fumo, tanto per cambiare!
Il Vecchio Baumert.
Vedi, non ci mancava che il fumo. Di' un po' tu se c' da farci nulla? La stufa casca tutta in pezzi e bisogna lasciarla cascare e ingoiare la fuliggine. Si fa a chi pi tosse. A chi tocca, tocca, a costo di scoppiare: tanto se crepiamo nessuno se n'accorge.
Jaeger.
Ma la stufa riguarda Ansorge, bisogna ben che l'accomodi.
Berta.
Non ci mancherebbe altro! brontola gi troppo cos.
La Vecchia Baumert.
Gli prendiamo gi troppo posto.
Il Vecchio Baumert.
Se rifiatiamo ci schiaffa in mezzo alla strada; da quasi sei mesi non tocca un centesimo di pigione.
La Vecchia Baumert.
 tanto permaloso, non gli si pu levar una parola di bocca.
Il Vecchio Baumert.
 povero anche lui come Giobbe, vecchia mia, anche lui la tira proprio coi denti bench non metta la sua miseria in piazza.
La Vecchia Baumert.
Ma se non altro ha la casa.
Il Vecchio Baumert.
Ma che, chiacchiere, in tutta la casa non c' pi un fuscello suo.
Jaeger
si  seduto e s' levato da una tasca una pipa con una bella nappa e dall'altra una borraccia d'acquavite.
Anche qui non pu pi andare avanti cos. Non credevo ai miei occhi, come sta la gente in questi posti. In citt anche i cani stanno meglio di voi altri.
Il Vecchio Baumert
vivacemente.
Senti, senti? Anche lui lo sa! E appena si rifiata, ci rispondono che sono i cattivi tempi.
Ansorge
entra con un pentolino di minestra in una mano ed un paniere intrecciato a met nell'altra.
Benvenuto, Maurizio! Sei tornato?
Jaeger.
Tante grazie, babbo Ansorge.
Ansorge
mettendo il pentolino nella stufa.
Corbezzoli! Sembri quasi un conte.
Il Vecchio Baumert.
Fagli vedere il bell'oriolo. Ha portato un vestito nuovo e dieci scudi fiammanti.
Ansorge
scuotendo il capo.
Neh, neh - gi, gi!
Emma
mettendo le bucce di patate in un sacchetto.
Porto via le bucce. Forse basteranno per un quartuccio di latte spannato.
Esce.
Jaeger
mentre tutti pendono ansiosamente dalle sue labbra.
State un po' a sentire: quante volte non m'avete dipinto l'inferno! "Aspetta, aspetta, te, ti raddrizzeranno, Maurizio, quando sarai di leva." Vedete un po' ora, mi  andata benone. Dopo sei mesi ero caporale. Bisogna avere buona volont, questo  l'essenziale. Al furiere gli ho lustrato gli stivali, gli ho strigliato il cavallo, sono andato a prendergli la birra. Ero vispo come uno scoiattolo. E ho sempre fatto l'obbligo mio. Diancine, la mia roba doveva sempre abbagliare. Ero il primo nella stalla, il primo all'appello, il primo in sella, e quando suonava l'attacco - marsch, marsch! corpo d'un cannone, per tutti i sacramenti, Ges Maria! E apportavo sempre come un bracco. Mi dicevo sempre: qui non c' niente da farci, qui bisogna mordere il morso, e facevo forza a me stesso, tenevo la testa a me, e la barca andava, andava, sinch venne il giorno che il capitano disse davanti a tutto il suo squadrone, disse di me: "Ecco un ussero modello".
Silenzio. Maurizio accende la pipa.
Ansorge
scuotendo la testa.
Ma che fortuna! Neh, neh, gi, gi!
Si mette a sedere per terra coi vimini vicino a s, e tenendo il paniere fra le ginocchia lavora.
Il Vecchio Baumert.
Speriamo che tu ci porti anche a noi un po' di fortuna. Non ci bagniamo un po' il becco?
Jaeger.
Ma sicuro, ma sicuro, babbo Baumert, e quando  finito ce n' dell'altro.
Battendo una moneta sul tavolino.
Ansorge
con stupore e riso idiota.
Oh Dio, Dio, si va a nozze. L l'arrosto soffrigge, qui un litro d'acquavite,
Beve alla bottiglia.
alla tua salute, Maurizio! Neh, neh, gi, gi!
Da questo momento la bottiglia circola fra gli astanti.
Il Vecchio Baumert.
Se le feste grandi potessimo almeno mangiare un pezzetto d'arrosto, invece di stare tutto l'anno senza vedere carne. Chi sa quanto bisogner aspettare prima che un altro canino non ci capiti in casa, come quello di quattro settimane fa: e in vita non succede spesso.
Ansorge.
Hai fatto ammazzare Ami?
Il Vecchio Baumert.
Lasciarlo morire di fame, o....
Ansorge.
Neh, neh, gi, gi!
La Vecchia Baumert.
Era una bestiolina cos affezionata!
Jaeger.
Siete sempre tanto ghiotti di carne di cane, da queste parti?
Il Vecchio Baumert.
Ges, Ges! magari ce ne fosse da saziarsi!
La Vecchia Baumert.
Gi, gi, un pezzetto di carne cos fa proprio bene.
Il Vecchio Baumert.
Non ti fa pi gola? Resta un po' da noi, Maurizio, e ti.... soltanto all'odore.
Ansorge
scuotendo la testa.
Neh, neh, gi, gi! un boccone da papi - un manicaretto co' fiocchi!
Il Vecchio Baumert
fiutando l'aria, con l'acquolina in bocca.
Che odore di garofani!
Ansorge.
Di' un po' tu cosa ne pensi, Maurizio. Gi tu sai come va pel mondo. L'andr un po' meglio un giorno o l'altro a noi tessitori, o cosa?
Jaeger.
Finch c' vita, c' speranza.
Ansorge.
Credi, qui non si campa e non si muore. La ci va proprio male, credilo. Ci si difende da disperati. Poi bisogna rassegnarsi. La miseria ci porta via il tetto sulla testa e la terra sotto i piedi. Prima, quando potevo lavorare ancora al telaio, tanto tanto la tiravo ancora avanti coi denti. Ora, da pi d'un anno non mi riesce di buscare un quattrino. A fare il panieraio  gi molto se si tengono le ossa e la pelle insieme. Faccio panieri la notte, fino a tardi, e quando m'addormento dal sonno, ho guadagnato sedici centesimi. Tu sai leggere e scrivere, dillo un po' tu, c' da campare co' generi cos cari? Tre scudi d'ipoteca, tre scudi li pago di tassa per la casa, uno lo pago di fondiaria. Ne guadagner forse quattordici, mi restano per me sette scudi per tutto l'anno. Con questo mi devo far da mangiare, scaldarmi, vestirmi, calzarmi, rattopparmi, ripulirmi; un buco di casa ci vuole e tutto il resto anche! Bella forza, se non si possono pagare gli interessi!
Il Vecchio Baumert.
Bisogna che uno di noi vada a Berlino per dire al re come ci troviamo.
Jaeger.
Non serve a nulla, babbo Baumert. I giornali ne hanno gi parlato tanto! Ma i signori girano rigirano le cose cos che abbindolerebbero un santo!
Il Vecchio Baumert
scotendo la testa.
Ma che a Berlino siano proprio cos merli!
Ansorge.
Dillo tu, Moritz, deve proprio essere possibile? Ma che non v'abbia nessuna legge per questo? Se uno si scuoia le mani a forza di lavorare eppure non riesce a pagare gli interessi, il contadino deve portargli via la casa? Il contadino vuole avere i suoi quattrini. Non so proprio pi come tirare innanzi. Se devo andarmene di casa, di casa mia.
Soffocato dalle lagrime.
Qui sono nato, qui mio padre  stato seduto pi di quarant'anni al telaio. Quante volte non ha detto alla mamma: Maria, quando non ci sar pi, tieni ben stretta la casa. La casa me la son cavata di bocca mattone a mattone. Qui ogni chiodo  una notte vegliata, ed ogni trave un anno di pan secco. Bisogna ben tenerne conto....
Jaeger.
Sono musi da levare la camicia di dosso.
Ansorge.
Neh, neh, gi, gi! Se si deve arrivare a questo punto, preferisco che mi portino fuori coi piedi in avanti, piuttosto di andarmene nei miei vecchi giorni. Puh! quel tantino di morte. Mi' padre mor volontieri. Solo alla fine ebbe un po' di paura. Ma quando m'arrampicai nel letto con lui, allora si calm. Se ci si pensa un po': allora ero un ragazzo di tredici anni. Ero stanco e mi addormentai, vicino al babbo malato - cosa dovevo saperne io? e quando mi svegliai era gi ghiaccio.
La Vecchia Baumert
dopo una pausa.
Leva un po' il tegame dal fuoco, Berta, da' la minestra a Ansorge.
Berta.
Ecco, mangiate, babbo Ansorge.
Ansorge
mangia piangendo.
Neh, neh, gi, gi.
Il vecchio Baumert ha cominciato a mangiare la carne dal tegame.
La Vecchia Baumert.
Benedett'omo, benedett'omo! Non puoi aspettare un po'? Lascia che Berta apparecchi.
Il Vecchio Baumert
masticando avidamente.
Quando mi comunicai l'ultima volta, due anni fa, vendei il vestito delle feste. Serv a comprare un po' di maiale. D'allora in poi non ho pi mangiato carne sino ad oggi.
Jaeger.
Che bisogno abbiamo noi di carne? Per noi la mangiano i fabbricanti. Quelli sguazzano nel grasso; chi non ci crede non ha da fare altro che scendere gi a Bielau e Peterswaldau. Quella  una cuccagna; soltanto ville di fabbricanti, una dopo l'altra. Sempre un palazzo dopo l'altro. Con lastre che non finiscono pi, con torrette e stecconate di fil di ferro. Ma che cattivi tempi! L, nessuno se ne accorge. L, ci son quattrini per arrosto e per dolci, per carrozze ed equipaggi, per bambinaie e chi sa cos'altro. L'ingordigia non li lascia un momento tranquilli, non sanno cosa fare dalle ricchezze e dalla insolenza!
Ansorge.
Ai miei tempi, era tutt'altra cosa. Allora i fabbricanti lasciavano campare anche i tessitori. Oggigiorno mangiano tutto da s. Dipende da questo, ve lo dir io: i signori non credono pi n a Dio, n al diavolo, n a nulla. Non sanno nulla, n di comandamenti, n di castighi. Ci levano l'ultimo boccone di bocca, ci lesinano e contrastano quel boccone di mangiare, in tutti i modi. La colpa della nostra disgrazia sono loro. Se i padroni fossero buona gente, i tempi non sarebbero cattivi nemmeno per noi.
Jaeger.
State bene attenti, ora vi leggo io qualcosa di bello.
Leva di tasca un foglio scritto.
Tieni. Augusto, corri alla mescita e comprane un altro litro. Oh, Augusto?? Ridi come una pipa?
La Vecchia Baumert.
Benedetto figliolo, non so come faccia, a lui la gli va sempre bene. Caschi il mondo, lui ride sempre.
Augusto esce con la bottiglia vuota.
Il Vecchio Baumert
masticando ed eccitato gradevolmente dal mangiare e bere.
Maurizio, tu sei il mi' omo. Sai leggere e scrivere come il curato. Tu sai come si sta noialtri tessitori. Tu hai cuore per i poveri tessitori. Tu dovresti prendere un po' la nostra parte.
Jaeger.
Se non  che questo! Cosa ci vuole? Gli canterei tanto volentieri io una certa arietta a quei figli di cani di fabbricanti! Non faccio per dire. Sono un buon figliolo, ma se mi salta la mosca al naso, acchiappo Dreissiger con una mano, Dittrichen con quell'altra e gli sbatto la testa insieme, che le fiamme devono schizzare dagli occhi. Se fossimo solo capaci di metterci d'accordo, gliela faremmo veder noi ai signori fabbricanti.... Ma che re, ma che governo?! Si direbbe semplicemente: vogliamo questo, vogliamo quello; vogliamo cos, vogliamo cos. Prenderebbero subito tutt'altro tono. Quando vedessero che abbiamo fegato diventerebbero presto mogi mogi. Io li conosco questi baciapile! Sono un ammasso di calabrache.
La Vecchia Baumert.
 proprio vero. Io sono tutt'altro che cattiva. Sono stata sempre quella a dire che ci vogliono anche i signori. Ma quando si campa cos....
Jaeger.
Per me, il diavolo potrebbe prenderseli tutti. Bisogna fare un repulisti con tutta la gena.
Berta
accorgendosi che il vecchio Baumert si  allontanato inosservato.
Dov' il babbo?
La Vecchia Baumert.
Non so dove si sar ficcato.
Berta.
Non sar pi abituato alla carne.
La Vecchia Baumert
piagnucolando.
Lo vedete, eh? Lo vedete, eh?! Rifar quel boccone di buon mangiare.
Il Vecchio Baumert
rientra piangendo di dispetto.
No, no, son proprio finito! M'hanno ridotto al lumicino! Si fa uno stravizio, lo stomaco non lo vuole nemmeno pi.
Siede, piangendo, sulla panca della stufa.
Jaeger
in un impeto improvviso, fanaticamente.
E qui vicino ci sono cristiani, tribunali! Mignatte che non fanno altro che rubarci Dio a tutte le ore. Poi pretendono che se i tessitori non fossero tanto pigri guadagnerebbero di che scialarla.
Ansorge.
Che non son prossimo, che son bestie, s bestie.
Jaeger.
Ma lasciate fare, li sgrassiamo noi. Ci abbiamo pensato io e Baecker, il Rosso. Prima di fare il sacco, vogliamo vedere il giudizio universale.
Ansorge.
Ges, Ges,  questa la canzone?
Jaeger.
Gi, gi, eccola qui.
Ansorge.
Ma non si chiama la canzone di Dreissiger, o come?
Jaeger.
State a sentire.
La Vecchia Baumert.
Ma chi l'ha fatta?
Jaeger.
Vattel'a pesca! Dunque attenti.
Legge sillabando come uno scolaretto ed accentuando male, ma con passione genuina. Si sente nella sua declamazione, la disperazione, il dolore, la collera, l'odio, la vendetta.
"C' in paese un tribunale
Peggio assai del Sant'Uffizio,
L'innocenza qui non vale
A salvarci dal supplizio.
Qui si d lenta tortura,
Qui s'uccide a foco lento!
D'ineffabile sventura
I sospir son documento!"
Il Vecchio Baumert
scosso ed agitato profondamente dalla lettura, si  fatto forza ripetutamente, ma a stento, per non interrompere Jeager. Ora non resiste pi e dice a sua moglie, balbettando, tra le lagrime e il riso.
"Qui si d lenta tortura."
Chi lo ha scritto, vecchia mia, ha detto la verit. Lo puoi testimoniare anche tu.... come dice? Tutte le prove.... come?... Qui se ne contan tante....
Jaeger.
"I sospir son documento!"
Il Vecchio Baumert.
Tu lo sai come si sospira, giorno e notte, in piedi ed al telaio.
Jaeger
continua a leggere, mentre Ansorge che ha smesso di lavorare,  seduto, in preda a intensissima commozione e la vecchia Baumert e Berta si fregano continuamente gli occhi.
"I Dreissiger fan da boia,
Da aguzzini gli assistenti,
Ognun d'essi a gara scuoia,
Senza tanti complimenti"
Il Vecchio Baumert
tremando dalla collera e battendo il piede.
Gi, avanzi d'inferno!
Jaeger
leggendo.
"Voi, satanica ciurmaglia,
Vera schiuma di furfanti,
Ci buttate sulla paglia,
Maledetti tutti quanti!"
Ansorge.
Neh, neh, gi, gi! "Maledetti, tutti quanti!"
Il Vecchio Baumert
stringendo il pugno.
"Ci buttate sulla paglia!"
Jaeger
legge.
"Qui  inutile pregare,
Ed  inutile il lamento,
Non vi va? Potete andare
A morirvene di stento!"
Il Vecchio Baumert.
Come dice?  vano qui pregare? Ogni parola.... ogni parola... Proprio vero come il Vangelo.
" inutile il lamento."
Ansorge.
Neh, neh, gi, gi! questo s che non ci giova!
Jaeger
legge.
"Chi mai pensa a noi tapini?
Chi alla nostra povert?
Chi d un tozzo pei bambini
Chi di noi sente piet?
Carit, piet? Virt belle,
Ma ignote a tal gena!
Gi si sa, camicia e pelle,
Tutto vuol portarci via"
Il Vecchio Baumert.
Camicia e pelle.
Balzando in piedi.
Sacrosanto, la camicia  la pelle de' poveri. Eccomi qui, Roberto Baumert, mastro tessitore di Kaschbach. Che pu farsi avanti e dire.... Sono stato un brav'uomo tutta la mia vita, e guardate un po' come sono ridotto! Che vantaggio n'ho avuto? Che aria ho? Cosa hanno fatto di me?
Stende le braccia.
Ecco, senti, pelle e ossa. Oh i manigoldi! Tutta gena d'inferno.
Sopraffatto dalla disperazione e dalla rabbia, cade angosciato su d'una sedia.
Ansorge
lancia il paniere in un angolo, si alza e tremando tutto di furore, tartaglia.
E questo deve cambiare, lo dico io, sul momento. Non lo sopportiamo pi! Rovini il mondo, non lo sopporteremo pi!
FINE DEL SECONDO ATTO.
 PERSONAGGI DEL TERZO ATTO.
WELZEL.
MASTRO WIEGAND.
UN COMMESSO VIAGGIATORE.
HORNIG.
ANSORGE.
BAUMERT.
UN CONTADINO.
UNA GUARDIA FORESTALE.
IL PRIMO VECCHIO TESSITORE.
IL SECONDO VECCHIO TESSITORE.
IL TERZO VECCHIO TESSITORE.
JAEGER.
BAECKER.
UN GIOVANE TESSITORE.
WITTIG.
KUTSCHE, gendarme.
MONNA WELZEL.
ANNA.
 ATTO TERZO.
L'osteria di Mittelkretscham in Peterswaldau.  uno stanzone in cui il soffitto a travicelli  sostenuto da un pilastro centrale attorno al quale gira una tavola. La porta d'ingresso  nel muro di fondo, a destra del pilastro.
Attraverso la porta si scorge un atrio contenente botti e ordigni da birraio. A destra della porta, nell'angolo, il banco con assi e scansie per bottiglie e bicchieri. Davanti al banco, sotto una bella lampada pensile, una tavola con un tappeto appariscente, attorniata da sedie di giunco. Non lontano dal tavolino, al muro a destra, una porta con l'iscrizione: Sala riservata. Pi sul davanti, un vecchio orologio a muro in movimento. A sinistra dell'ingresso, sul muro di fondo, una tavola con bottiglie e bicchieri e pi in l, nell'angolo, una grande stufa di maiolica. Lungo il muro laterale a sinistra che ha tre finestrini, innanzi a ciascuno dei quali c' una grande tavola di legno, messa perpendicolarmente, corre una panca. Ai lati pi lunghi delle tre tavole ci sono panche con spalliere di legno, ai lati pi stretti, verso il mezzo della scena, un semplice sgabello. Lo stanzone  dipinto in bleu; ai muri cartelli, immagini colorate ed oleografie, tra cui il ritratto di Federico Guglielmo IV.
Welzel, un colosso, buon diavolone, d'oltre cinquant'anni d'et, empie un boccale da un barilotto di birra, stando in piedi dietro il banco. Monna Welzel, donna fiorente di non ancora trentacinque anni, vestita con la massima pulizia, stira presso la stufa. Anna Welzel, una bella ragazza di diciassette anni con magnifici capelli rossicci e vestita con una certa eleganza,  seduta, ricamando, alla tavola col tappeto. Sospende un momento il lavoro per ascoltare un corale cantato in lontananza da un coro di scolaretti. Mastro Wiegand, falegname di professione,  seduto alla stessa tavola, in abito da lavoro, con un boccale di birra innanzi a s. Si capisce che  un uomo pratico di mondo, il quale sa che per raggiungere la mta ci vuole astuzia, prontezza e spregiudicatezza. Un Commesso viaggiatore  seduto al tavolo circolare del pilastro centrale e mangia avidamente una porzione di carne tritata arrostita.  di statura mediocre, ben nutrito, tronfio, vivace, proclive all'allegria ed impudente.  vestito alla moda. I suoi effetti da viaggio, sacca, cassetta da campioni, soprabito, ombrello, coperta da viaggio, sono sulle sedie vicino a lui.
Welzel
portando un boccale al commesso dice di bieco a Wiegand.
A Peterschwalde oggi c' l'inferno scatenato.
Wiegand
con voce stridula.
Gi, il sabato riportano la tela da Dreissiger.
Monna Welzel.
Ma prima non facevano tanto baccano.
Wiegand.
Sar forse per i duecento nuovi tessitori che vuol prendere.
Monna Welzel
continuando a stirare.
Gi, gi, sar cos. Ne vuole duecento e ne saranno venuti seicento. Ce ne sono tanti!
Wiegand.
O Ges, Ges, tessitori non ne manca. Per quanto la vada male, non diminuiscono mai. Fanno pi figlioli che non ci sia pane.
Si ode il corale pi distintamente.
Non ci mancava che il trasporto!  morto Nentwich il tessitore.
Welzel.
Aveva l'anima pi dura dei gatti. Per pi d'un anno  andato attorno come uno spettro.
Wiegand.
Credilo, Welzel, una cassa cos piccina, non l'avevo mai fatta. Col morto e tutto, non pesava nemmeno cinquanta chili.
Il Commesso
mangiando.
Non so proprio capire.... Quando si buttano gli occhi su un giornale si leggono certe storie della miseria dei tessitori, che si direbbero gi tutti morti di fame. Invece, quando si vede un funerale cos! Entravo appunto in paese. La banda, il maestro di scuola, gli scolari, il parroco e dietro un mondo di gente, come se portassero via l'imperatore della China!... Meno male se lo potessero pagare....
Beve e dopo aver posato il bicchiere domanda fatuamente all'improvviso.
Non  vero, bella ragazza? Non ho forse ragione?
Anna sorride imbarazzata e continua a ricamare alacremente.
Certo, un paio di pantofole per il signor pap?
Welzel.
Bah! chi c'infilza i piedi  bravo.
Il Commesso.
Sentitelo un po'! Io darei la met del mio patrimonio perch quelle pantofole fossero per me.
Monna Welzel.
A queste cose, lui non ci ha testa.
Wiegand
dopo d'aver tossito pi volte, mossa la sedia, ed essersi accinto invano a parlare.
Quel signore ha fatto tanto caso del trasporto! Ditelo un po' voi, comare Welzel, se non  un trasporto di seconda classe.
Il Commesso.
Sicuro, ma io mi dico.... Deve costare un occhio.... Dove prendono mai i quattrini?
Wiegand.
Con licenza, caro signore, su questo la povera gente qui non sente ragione! Parlando con rispetto, si fanno un'idea che mai del riguardo dovuto all'anima dei loro poveri morti. Se poi i morti sono i genitori, allora  una vera superstizione. I parenti pi prossimi e gli eredi fanno quattrini di tutto, e se i figlioli non ce la fanno da s, si fanno prestare il resto dal primo signore che capita. E i debiti salgono fin sopra gli orecchi; il parroco fa credito, il sagrestano fa credito, tutti quanti fan credito. Le scorpacciate, le bevute ci vogliono bene. Ma che! ma che! tanto di cappello all'amore filiale, ma che i vivi ne portino il peso finch campano, questo poi no!
Il Commesso.
Ma scusi, toccherebbe al parroco a persuaderli.
Wiegand.
Con licenza, caro signore, parlando con rispetto, bisogna sapere che ogni piccolo comune ha la sua chiesa e il suo parroco da mantenere. In un trasporto grande i preti ci guadagnano grasso. Quanto pi numeroso  il trasporto, tanto pi abbondanti le offerte. Chi conosce la condizione degli operai, pu dire, senza paura di sbagliare, che i parroci vedono di malocchio i trasporti piccoli.
Hornig
un vecchietto con le gambe arcate, ha a tracolla una fascia con un gancio.
Buon giorno a tutti. Una mezza, per piacere. Avete cenci, comare Welzel?! Padroncina Anna, ho gi nel carretto bei nastri da capelli, da camicie, giarrettiere, spilli, forcine, uncinetti maschi e femmine, reticelle. Regalo tutto per un po' di cenci.
Cambiando tono.
Co' cenci si fa bella carta bianca per le letterine da mandare al damo.
Anna.
Vi ringrazio, non ne vo' sapere di damo.
Monna Welzel
cambiando il ferro.
Lei  fatta cos. Di matrimonio non ne vuol sapere.
Il commesso
salta in piedi e non celando una gradevole sorpresa, si avvicina alla tavola e porge la mano ad Anna.
Brava ragazza, cos va bene. Diamoci la mano. In quanto a noi due, meglio soli che male accompagnati.
Anna
diventando rossa rossa.
Ma lei  gi ammogliato!
Il Commesso.
Ma che! Dio me ne guardi, fingo soltanto. Non  vero, perch porto l'anello? Me lo metto soltanto per preservare la mia sacra real persona da attacchi sospetti. Di lei non ho paura.
Mette l'anello in tasca.
Dica un po' sul serio, signorina Anna, non vuol proprio mai maritarsi, nemmeno un tantinello cos?
Anna
scuotendo la testa.
Ohi per quello....
Monna Welzel.
Quella l muore zitellona, o deve essere proprio un partito co' fiocchi.
Il commesso.
E perch no? Un riccone di Silesia ha ben sposato la cameriera di sua madre, ed anche il fabbricante Dreissiger ha sposato la figliola d'un contadino sindaco. Per bellezze non le arriva al ginocchio, signorina Anna, e adesso ha carrozze e livree. Che male ci sarebbe?
Cammina un po', stendendosi e stirandosi le gambe e comanda.
Un caff.
Ansorge e il vecchio Baumert entrano ognuno con un pacco e si siedono silenziosi e vergognosi vicino a Hornig, alla prima tavola di sinistra, sul davanti.
Welzel.
Benvenuti! Chi non muore si rivede, babbo Ansorge.
Hornig.
Metti di nuovo le corna fuori della tua tana affumicata?
Ansorge
visibilmente imbarazzato e perplesso.
Sono andato a prendere un'orditura.
Baumert.
Vuol lavorare per dieci soldi.
Ansorge.
Non lo volevo fare, ma co' panieri non c' pi lavoro.
Wiegand.
 sempre meglio che niente. Lo fa anche per non stare con le mani in mano, io conosco benissimo Dreissiger. L'altra settimana gli accomodai una finestra doppia, e se ne parl! Lo fa soltanto per carit.
Ansorge.
No eh, no eh - gi, gi!
Welzel
posando un bicchierino innanzi a ogni tessitore.
Di' un po', Ansorge, da quanto tempo non ti sei fatto la barba? Quel signore lo vorrebbe sapere.
Il Commesso
grida attraverso la stanza.
Ah! caro padrone, questo poi non l'ho detto! Il mastro tessitore mi ha fatto colpo per la sua aria imponente; figure simili non se ne incontrano spesso.
Ansorge
grattandosi la testa.
No eh, no eh, gi, gi!
Il Commesso.
Oggigiorno uomini primitivi cos forti sono molto rari. Siamo cos leccati dalla civilizzazione.... a me tutto ci che  primitivo fa ancora piacere. Ciglia boscose, barba selvatica!
Hornig.
Veda un po', caro signore, le dir: quella gente l non ne ha tanti da permettersi il lusso d'un barbiere: un rasoio non arrivano mai a comprarselo. Quel che cresce, cresce. Per il di fuori non possono spendere nulla.
Il Commesso.
Ma che dice mai brav'omo, le pare?
Piano all'oste.
Posso offrire un boccale di birra all'uomo capelluto?
Welzel.
Quello non accetta nulla: ha certe ubbe per la testa!
Il Commesso.
E allora no. Permette, signorina?
Prende posto al tavolo col tappeto.
Glielo assicuro, i suoi capelli mi abbagliano dacch sono entrato: che splendore, che finezza, che quantit!
Bacia la punta delle proprie dita ingordamente.
E che colore!... come spighe mature. Se con quei capelli viene a Berlino, fa furore. Parole d'honneur, con quei capelli pu andare a Corte....
Contempla i capelli appoggiato alla spalliera.
Magnifici, semplicemente magnifici.
Wiegand.
E per questo ha un bel soprannome.
Il Commesso.
Come la chiamano?
Anna
ridendo continuamente tra s e s.
Ma non gli dia retta.
Hornig.
La Volpetta, forse?
Welzel.
Ora, poi, smettetela. Non fatele girare troppo la testa. Abbastanza ce ne hanno messi de' grilli. Oggi pretende un conte, domani un principe.
Monna Welzel.
Te, poi, non me la fare scomparire.  forse un delitto, voler fare un po' di strada? Non pensano mica tutti come pensi tu. Si starebbe freschi, nessuna metterebbe il naso fuori di casa, morrebbero tutte zitellone. Se il nonno di Dreissiger avesse ragionato cos, sarebbe restato un povero tessitore. E il vecchio Tromtra cos'era, se non un povero tessitore? E ora ha una trentina di poderi e per giunta l'hanno fatto nobile.
Wiegand.
A ognuno il suo. In questa faccenda ha ragione tu' moglie. Ha parlato come un libro. Se avessi pensato come te, non avrei sette lavoranti in bottega.
Hornig.
Tu hai buon naso, questo anche gl'invidiosi te lo lasciano. Quando un tessitore corre ancora con le su' gambe, tu gli fai gi la cassa.
Wiegand.
Chi vuole andare avanti, deve stare bene in gamba.
Hornig.
Gi, gi, tu stai in gamba e come! Lo sai prima del dottore, quando muore un bambino de' tessitori.
Wiegand
ridendo a denti stretti e andando poi repentinamente in collera.
E tu sai meglio della polizia, quali fra i tessitori sottraggono tela e frustagno al padrone.
Hornig.
E 'l tu' grano cresce nel campo santo. Quanto pi presto gli stendono su la segatura, tanto meglio per te. Quando guardi la tomba di tutti que' bambini ti batti la pancia e dici: "Ecco un'altra buona annata. I marmocchi cascano come le cicale dall'albero. Posso pagarmene un litro di pi per settimana."
Wiegand.
Sono forse un ricettatore di roba rubata per questo?
Hornig.
Tutt'al pi, tu presenti due volte il conto a qualche ricco fabbricante o sgraffigni un paio d'assi dalla fabbrica di Dreissiger, quando per caso non c' luna.
Wiegand
voltandogli la schiena.
O discorri un po' con chi ti pare, ma con me no.
Rivoltandosi improvvisamente.
Ciarlatano!
Hornig.
Mangia-morti!
Wiegand
parlando agli astanti.
Lui strega gli animali nelle stalle.
Hornig.
Non mi stuzzicare, altrimenti ti fo una stregoneria, non ti dico altro....
Wiegand impallidisce.
Monna Welzel
che era uscita ritorna col caff.
Vuole che le porti il caff nella sala riservata?
Il Commesso.
Cosa le passa mai per la testa!
Guardando languidamente Anna.
Vo' star qui finch muoio.
Una Guardia Forestale e Un Contadino
con una frusta in mano, entrano, si fermano vicino al banco e dicono insieme.
Buon giorno!
Il Contadino.
Ci favorite due mente?
Welzel.
Benvenuti tutti e due!
Versa la menta; entrambi prendono i bicchierini, li cozzano uno contro l'altro, li vuotano e li posano sul banco.
Il Commesso.
E cos, brav'uomo, una bella camminata?
La Guardia Forestale.
Non c' male. Vengo da Steinsfeiffer.
Entrano due vecchi tessitori e vanno a sedersi al tavolino di Ansorge, Baumert e Hornig.
Il commesso.
Scusi,  guardia forestale del conte Hochheim?
La Guardia Forestale.
No, del conte Keil.
Il commesso.
Gi, gi, volevo dire del conte Keil. Qui non ci si raccapezza con tutti questi conti, baroni e signori eccellentissimi. Ci vuole una memoria. di ferro. Perch ha l'accetta, brav'uomo?
La Guardia Forestale.
L'ho presa a de' ladri di legname nel bosco.
Baumert.
I nostri signori non scherzano per due fuscelli di legno.
Il Commesso.
Scusate, scusate, ma non va, se tutti volessero portarne via.
Baumert.
Con licenza parlando, tutto il mondo  paese; ci sono ladri grossi e piccini; qui ce ne sono che negoziano legname all'ingrosso e arricchiscono di legna rubata. Ma se un povero tessitore....
Il Primo Vecchio Tessitore
interrompendo Baumert.
Noi non possiamo prendere un ramoscello, ma i padroni non si riguardano a portarci via tutto, ci spelano vivi. Bisogna pagare la tassa scolastica, la tassa dei telai e prender in santa pace ogni sorta di servit; bisogna fare delle camminate inutili e lavorare a ufo giornate intere allo stradale di riffa o di raffa.
Ansorge.
Proprio cos: quel po' che ci lasciano in tasca i fabbricanti ce lo portano via i signori.
Il Secondo Vecchio Tessitore
 seduto alla tavola vicina.
L'ho detto a su' signoria in persona. Signor conte, gli ho detto, tante giornate di lavoro allo stradale quest'anno non posso farle. Non gi per rifiutarmi! ma perch, con rispetto parlando, la piena mi ha sciupato tutto. M'ha portato via quel pezzetto di campicello. Bisogna che lavori giorno e notte per mangiare. E che temporale.... ragazzi! E non ci poter fare nulla. La buona terra rotolava gi dalla montagna e m'entrava in casa: e la semenza, cos bella, cos cara!... Oh Ges, Ges! Per otto giorni non ho fatto altro che tirar accidenti a quei nuvoloni e ho pianto tanto che non vedevo pi nulla. Poi ho dovuto ritirar sulla montagna ottanta carrettate di terra.
Il Contadino
sdegnato.
Ma che ci sareste a fare, se non fosse per questo, voialtri morti di fame? Siete capaci forse di arare? Non sapete nemmeno fare un solco dritto o caricare un paio di dozzine di covoni. Non siete buoni che a fare i michelacci e ad attaccarvi alle gonnelle delle donne. Puh, robaccia! Si starebbe freschi a fidarsi di voialtri!
Ha pagato ed esce. La guardia forestale lo segue ridendo. Welzel, il falegname e monna Welzel ridono forte. Il commesso ride a fior di labbra. Quando le risa finiscono, breve silenzio.
Hornig.
Questi contadini mugolano sempre.... Lo so io che miseria c' qui! Bisogna vedere pe' paesi, in montagna. In quattro o cinque, ignudi come Dio li ha fatti, sopra un saccone!
Il commesso
in tono di benevolo rimprovero.
Scusate, buon omo, ma sulla miseria in montagna non tutti la pensano a un modo; se sapeste leggere....
Hornig.
Leggo tutto a prima vista quanto lei. No, no, debbo ben saperlo, ho girato tanto lass. Quando ci si  arrampicati per quarant'anni lass, con una balla di mercerie sul groppone, bisogna pure avere imparato qualche cosa.  stato lei dai Fuller? I bambini ruffolano con le oche de' vicini nel concio. Vecchi e giovani crepati tutti senza un cencio addosso, sul nudo impiantito. Per disperazione, hanno mangiato spazzature puzzolenti. La fame n'ha portati via a centinaia e centinaia.
Il Commesso.
Se sapeste leggere apprendereste che il Governo ha ordinato rigorose inchieste e che....
Hornig.
La venga a dirlo a noi! Un bel giorno arriva un signore del Governo, che sa gi tutto meglio che se l'avesse veduto, va un po' a zonzo pel paese, dove passa il ruscello, dove ci sono le pi belle case. Ha paura d'insudiciarsi gli stivali lustri fiammanti. "Gi, sar tutto cos," pensa tra s e s; risale in carrozza e torna a casa. A ta-. volino, scrive a Berlino: "non c' miseria, ma che miseria d'Egitto!" Se avesse avuto un po' di pazienza, se si fosse arrampicato su pei paesi sin dove passa il ruscello, se l'avesse scavalcato per visitare la parte povera del paese, le catapecchie attaccate alla montagna, i vespai isolati, cos neri che non valgono nemmeno lo zolfino per farne una fiammata, allora s che avrebbe riferito a Berlino tutt'altra antifona! Avrebbero dovuto venire da me i signori del Governo che non credono che qui ci sia miseria. Io gliene avrei fatta vedere di tutti i colori. Li avrei costretti io ad aprire gli occhi in tutte queste tane d'affamati.
Si ode in lontananza la canzone dei tessitori.
Welzel.
Rieccoli che cantano quella maledetta canzonaccia.
Wiegand.
Quella mette tutto il paese sottosopra.
Monna Welzel.
 come si sentisse qualche cosa nell'aria.
Jaeger e Baecker a braccetto entrano rumorosamente nell'atrio e poi nell'osteria, alla testa d'uno sciame di giovani tessitori.
Jaeger.
Squadrone alt! Pied'a terra.
I nuovi venuti si ripartiscono alle diverse tavole dei tessitori con cui prendono a discorrere.
Hornig
forte a Baecker da una tavola all'altra.
Di' un po' su, che diavolo succede, che siete cos in branco?
Baecker
con enfasi.
Una volta o l'altra succeder qualche cosa. C'intendiamo, Maurizio?!
Hornig.
Ma che, non fate ragazzate!
Baecker.
 gi scorso sangue. Vuoi vederlo?
Si ripiega la manica e fa vedere sanguinose impronte di recente vaccinazione. Altri tessitori lo imitano.
Siamo stati a farci innestare il vaiolo da Schmidt, il flebotomo.
Hornig.
Ora mangio la foglia. Ora capisco perch c' tanto baccano in paese. Con una banda di diavoli come voi altri, scatenata per tutto!
Jaeger
con ostentazione, forte.
Welzel, subito due litri! Pago io! Credi forse che non abbia cumquibus? Se volessimo potremmo centellinare bicchierini e caff fino a domattina tanto bene come un commesso viaggiatore.
I giovani tessitori ridono.
Il Commesso
con stupore comico.
Parla con me o con io?
Jaeger.
Chi si gratta ha pizzicore!
Il commesso.
Permettete, giovanotto, i vostri affari pare che vadano bene.
Jaeger.
Non mi posso lamentare! Sono commesso viaggiatore in articoli di mode. Fo a met col fabbricante. Tanto pi i tessitori dimagrano, tanto pi io ingrasso. Quanto pi grande il bisogno, tanto pi grossa la mia pagnotta.
Baecker.
Ben risposto! Evviva Maurizio!
Welzel
porta l'acquavite. Tornando al banco si ferma a mezza strada e si volta con la sua solita calma di nuovo verso i tessitori. Quanto calmo altrettanto energico.
Volete lasciare in pace gli avventori? Questo signore non vi ha fatto niente!
Giovani Tessitori.
Non lo mangiamo mica!
Monna Welzel, scambiate alcune parole col commesso, prende il caff e lo porta nella sala riservata. Il commesso la segue dignitosamente tra le risa dei tessitori. I giovani tessitori cantano:
"I Dreissiger fan da boia
Da aguzzini gli assistenti."
Welzel.
Pss, pss! Cantate la canzone dove vi pare, in casa mia non lo permetto.
Il Primo Tessitore.
Ha ragione, smettete di cantare.
Baecker
gridando.
Ma da Dreissiger dobbiamo ripassarci. Lui deve sentire la nostra canzone un'altra volta!
Wiegand.
Guardate di non stuzzicarlo troppo, che non avesse a perdere la pazienza.
Risa di dileggio.
Wittich
un magnano, brizzolato, arruffato, nero di fuliggine, con grembiale di cuoio, entra ed aspetta in piedi al banco che gli versino un bicchierino.
Lasciali fare un po' di commedia, che male c'? Can che abbaia non morde.
Alcuni Vecchi Tessitori.
Wittich, Wittich!
Wittich.
In carne ed ossa! Cosa c'?
I Vecchi Tessitori.
Ecco Wittich! - Wittich, Wittich! Vien qua da noi, Wittich! - Mettiti a sedere qui.
Wittich.
Non ci mancherebbe altro! Imbrancarsi con de' chiacchieroni come voialtri.
Jaeger.
Tieni, bevi!
Wittich.
Tienti la tua acquavite. Quando ho sete me la pago.
Prende posto col suo bicchierino vicino a Baumert e Ansorge. Battendo sulla pancia ad Ansorge.
Qual  la pietanza dei tessitori? Cavoli all'aceto e bistecche di pidocchi.
Baumert
esaltato.
Ma ora non se ne contentano pi!
Wittich
con stupore simulato, guardandolo con occhi sbarrati.
Senti, senti un po'! Sei proprio te, Riguccio?
Scoppiando dal ridere.
Ragazzi, ragazzi, muoio dal ridere. Babbo Baumert vuole rivoltarsi! Ora  bell'e fatto. Adesso ci si mettono i sacrestani, poi verranno gli agnellini e poi le talpe ed i topi! Gran Dio, quella sar una ridda.
Si tiene la pancia dal ridere.
Baumert.
Lasciami dire, Wittich, sono sempre lo stesso di prima. Lo dico anche adesso, sarebbe meglio se andasse con le buone.
Wittich.
Fulmini e saette, che buone d'Egitto! Dove  andata mai con le buone?  andata forse in Francia colle buone? Robspir ha forse preso il ganascino agli aristocratici? Si diceva soltanto: All, portateli via. Tutti alla ghigliottina. Allons enfants. Le oche volano mica in bocca arrostite!
Baumert.
Se soltanto, se avessi da tirarla coi denti....
Il Primo Vecchio Tessitore.
L'acqua ci arriva alla gola, Wittich.
Il Secondo Vecchio Tessitore.
Passa la voglia di tornare a casa. Che si sgobbi o che ci si metta a dormire, la fame si patisce in tutti i modi.
Il Primo Vecchio Tessitore.
A casa c' proprio da impazzire.
Ansorge.
Per me  gi tutt'eguale. Vada cos, vada cos.
Diversi Vecchi Tessitori
con eccitazione crescente.
Non si ha pi pace in nessun posto. - Passa la voglia di lavorare. - Lass da noi a Steenkunzen, uno sta a sedere gi tutto il giorno al ruscello e si lava sempre, ignudo come Dio l'ha fatto. Quello non ha gi pi la testa a posto.
Il Terzo Vecchio Tessitore
si alza preso da un impeto di fanatismo religioso e parla come inspirato sollevando il dito in aria di minaccia.
C' un tribunale nell'aria. Non praticate i ricchi e i signori. C' un tribunale nell'aria. Il Signore Zebaot....
Alcuni ridono, altri lo rispingono a sedere.
Welzel.
Quello non sopporta un solo bicchierino, la testa gli va subito a spasso.
Il Terzo Vecchio Tessitore
ribalzando in piedi.
Sentite, sentite! non credono in nessun Dio, neppure all'inferno, n al paradiso. La religione  il loro dileggio....
Il Primo Vecchio Tessitore.
Finiscila, una volta!
Baecker.
Lasciategli fare il suo predicozzo. Molti dovrebbero impararlo a mente.
Molte Voci
tumultuariamente.
Lasciatelo parlare, lasciatelo parlare.
Il Terzo Vecchio Tessitore
sollevando la voce.
E perci l'inferno ha spalancato le ganasce smisuratamente per ingoiare tutti quelli che prevaricano a danno dei poveri e calpestano i diritti dei meschini, dice il Signore.
Tumulto. Il Terzo Vecchio Tessitore prendendo improvvisamente a declamare in tono da scolaro.
"Ah! che ordine divino,
Se anche il pi meschino
 da pi dei tessitor di lino!"
Baecker.
Ma noi siamo tessitori di frustagno.
Risa.
Hornig.
Ai tessitori di tela va anche peggio. Anche loro vanno in giro per la montagna come tanti spettri. Voi altri almeno avete ancora abbastanza sale in zucca per risentirvi.
Wittich.
Ma che, credi forse che qui il peggio sia gi passato? Quel po' di fegato che hanno ancora in corpo qui, i fabbricanti glielo strapperanno sin all'ultimo briciolo.
Baecker.
Ma se l'ha gi detto: "I tessitori lavoreranno per una corteccia di cacio."
Tumulto.
Tessitori Vecchi e Giovani.
Chi l'ha detto?
Baecker.
Il Dreissiger l'ha detto, dei tessitori.
Un Giovane Tessitore.
Bisognerebbe impiccarla prima, la carogna.
Jaeger.
D un po' retta a me, Wittich. Hai sempre chiacchierato tanto della rivoluzione francese. Hai sempre avuto la bocca piena di sentenze. Ora  forse venuta l'occasione di far vedere coi fatti che non siam donnicciole.
Wittich.
impetuosamente.
Non t'azzardare a rifiatare, moccioso! Ti sei sentito fischiare le palle agli orecchi tu? Sei stato di sentinella agli avamposti in faccia al nemico?
Baecker.
Bah! che vulcano! Non siamo forse camerati? Non ha voluto dir nulla di male.
Wittich.
Non so cosa farmi della tua camerateria. Tu, strofinaccio, comare!
Entra il gendarme Kutsche
Diverse voci.
Pss, Pss! La polizia!
Si zittisce sinch la quiete  ristabilita
Kutsche
si siede al tavolo attorno al pilastro, nel pi profondo silenzio.
Un bicchierino d'acquavite, prego.
Il silenzio continua.
Wittich.
E cos, Kutsche, t'hanno mandato a riconoscere il terreno?
Kutsche
senza occuparsi di Wittich.
Buon d, mastro Wiegand.
Viegand
sempre nell'angolo vicino al banco.
Buongiorno, Kutsche.
Kutsche.
E come vanno gli affari?
Wiegand.
Grazie pel vostro interesse.
Baecker.
Il principale ha paura che ci guastiamo lo stomaco con la troppa paga.
Risa.
Jaeger.
Gi, compare Welzel! Abbiamo mangiato tutti maiale con una salsa da leccarci le dita, polpette e cavoli all'aceto, e io voglio bere anche sciampagna.
Risa.
Kutsche.
E se aveste arrosto e sciampagna tutti i giorni, che sareste contenti? Ma che! Anch'io non bevo sciampagna, eppure sto abbastanza bene.
Baecker
alludendo al naso rosso di Kutsche.
Lui annaffia il suo cetriolo con birra e bicchierini, altrimenti non matura!
Risa.
Wittich.
Un povero gendarme fa una vita da cane: un giorno deve schiaffare in gattabuia un ragazzo mezzo morto di fame; un altro giorno condurre in tribunale la bella figliuola di qualche tessitore; poi bisogna che riprenda una sbornia, ma co' fiocchi, e tribbi la moglie, che scappa dai vicini per paura che la finisca. Fare il pavone a cavallo, russare tra due guanciali sino alle nove, non  mica vita da tutti. Ve lo dico io!
Kutsche.
Gracchia finch ti pare. Ti romperai l'osso del collo prima che tu creda. Ti tengo d'occhio gi da un pezzo. La tua linguaccia sacrilega la conosce da un pezzo anche il sottoprefetto. Non faccio nomi, ma conosco qualcuno che prima di un anno ridurr la famiglia a chieder l'elemosina, a forza di trincare e fare il bighellone, e lui finir in carcere. Monta la testa agli altri, monta la testa, finch finir male.
Wittich
ride sardonicamente.
E chi lo sa, cosa succeder?! Pu darsi che tu finisca con l'avere ragione.
Con uno scoppio di collera.
Ma se si arriva a tanto, so ben io chi devo ringraziare, chi mi ha messo male dai fabbricanti e dai padroni, chi ci ha colpa che nessuno mi d pi un chiodo da fare - so ben io chi mi ha aizzato contro i contadini ed il mugnaio, che in tutta la settimana non ferr un cavallo, n accomod un cerchione ad una ruota. Lo so io chi . L'ho tirato una volta gi da cavallo, perch, per un paio di pere acerbe, vergava con una cinghia un povero ragazzettaccio. Ma rammntatelo bene, tu mi conosci. Se mi fai metter dentro, fa' prima testamento. Se ho vento della cosa, prendo quello che mi capita tra mano, un ferro da cavallo o un martello, il raggio d'una ruota od un bugliolo, ti vengo a cercare, e se dovessi strapparti fuori dal letto, strapparti di mezzo alla tu' famiglia, ti tiro fuori e ti spacco la testa, com' vero che mi chiamo Wittich.
 balzato in piedi e vuole lanciarsi su Kutsche.
Tessitori Vecchi e Giovani.
Non ti cimentare, Wittich!
Kutsche.
si  alzato involontariamente pallidissimo e parla ritirandosi. Quanto  pi vicino all'uscio, tanto pi riprende coraggio. Dice le ultime parole sulla soglia e sparisce rapidamente.
Cosa vuoi da me? Con te non ho nulla a che fare. Ho a che fare soltanto coi tessitori di qui. A te non t'ho fatto nulla. Tu non mi riguardi. Ma a voialtri tessitori ho una parola da dire. Il signor commissario vi fa proibire di cantare la canzone - la canzone del Dreissiger, o come la chiamate. E se il voco per il paese non finisce subito, sar affare suo rimettervi la testa a posto in caserma. Allora la potrete cantare a pane ed acqua, finch'avete voglia.
Esce.
Wittich
gli grida dietro.
Non hai nulla da proibirci, nemmeno se sbraitiamo che rintronino tutti i vetri, che ci sentano magari a Reichenbach, che il tetto rovini in testa a tutti i fabbricanti e l'elmo balli sul cocuzzolo a tutti i commissari del mondo. Non riguarda che noi.
Baecker
nel frattempo si  alzato, ha dato col braccio il tempo e adesso comincia a cantare in coro con tutti gli altri.
"C' in paese un tribunale
Pi crudel del Sant'Uffizio!
L'innocenza qui non vale,
A stornar l'empio giudizio.
L'oste cerca di tranquillizzare, ma invano. - Wiegand scappa, turandosi le orecchie. I tessitori s'alzano e seguono, cantando i seguenti versi, Wittich e Baecker che hanno fatto loro segno di mettersi in marcia.
"Qui si d lenta tortura,
Qui s'uccide a foco lento!
D'ineffabile sventura
I sospir son documento.
La maggior parte dei tessitori canta la seguente strofa gi sulla strada, soltanto alcuni dei giovani, nella stanza mentre pagano. Alla fine della seguente strofa, non restano pi nella stanza che Welzel, sua figlia, sua moglie, Hornig ed il vecchio Baumert.
"Voi satanica marmaglia,
Vera schiuma di furfanti,
Ci rubate anche la paglia!
Maledetti tutti quanti!"
Welzel
raccogliendo tranquillamente i bicchieri.
Oggi son tutti idrofobi.
Baumert fa per andarsene.
Hornig.
Di' un po', Baumert, cosa vogliono fare?
Baumert.
Vogliono andare da Dreissiger a vedere se aumenta un po' la paga.
Welzel.
Tu te la fai ancora con que' rompicolli?
Baumert.
I' che tu vo' farci, Welzel, la colpa non  mia. I giovani possono, i vecchi devono.
Esce un po' imbarazzato.
Hornig
alzandosi.
 proprio un miracolo se la non finisce male.
Welzel.
Che gli invalidi abbiano il ruzzo come i puledri?
Hornig.
Oggi han tutti una fissazione!
FINE DEL TERZO ATTO.
 PERSONAGGI DEL QUARTO ATTO.
BAECKER.
MORITZ JAEGER.
IL VECCHIO BAUMERT.
IL VECCHIO ANSORGE.
DREISSIGER.
PFEIFER.
WITTICH.
KUTSCHE.
LA SIGNORA DREISSIGER.
KITTELHAUS, pastore.
LA SIGNORA KITTELHAUS.
WEINHOLD, studente in teologia e precettore in casa Dreissiger.
HEIDE, commissario di polizia.
GIOVANNI, cocchiere.
Tessitori d'ambo i sessi e di diverse et.
 ATTO QUARTO.
Peterswaldau. - Una stanza in casa del fabbricante di frustagno Dreissiger.  ammobigliata con il sobrio lusso della prima met del secolo. Le porte, il soffitto, la stufa sono bianche. La carta di Francia a piccoli fiorellini, scialba. Mobili di mogano intagliati, imbottiti di rosso, armadi, sedie, disposti come segue: a destra, tra due finestre dalle tende rosso-fiammanti, la scrivania che deve potersi chiudere; a sinistra, davanti alla scrivania, una cassaforte, un sof, sedie e poltrone. Al muro in fondo una panoplia d'armi. Alle pareti, pendono molti cattivi quadri in cornici dorate.
Al disopra del sof, uno specchio con cornice dorata alla rococ. Una porticina a sinistra conduce nell'atrio. Nel mezzo una porta a cristalli spalancata, che conduce in un salone ammobigliato pomposamente. Nel salone si vedono la signora Dreissiger e la signora Kittelhaus occupate a sfogliare un album, e il pastore Kittelhaus che conversa col precettore Weinhold.
Kittelhaus
un ometto asciutto, cordiale, s'avanza nell'avanscena, fumando la pipa e parlando bonariamente col precettore che fuma a sua volta. Scorgendo che non c' nessuno, Kittelhaus si ferma appena entrato e scuote la testa.
Non c' mica da meravigliarsene, signor precettore. Lei  giovane. Alla sua et noi vecchi avevamo - non dir le stesse opinioni - ma opinioni congeneri. Ed  anche bene, signor precettore, che la giovent abbia dei begli ideali. Purtroppo, sono fugaci, fugaci come il sole d'aprile. Aspetti un po' d'avere i miei anni. Quando da trent'anni, cinquantadue volte all'anno, senza le solennit, si comunicano le proprie opinioni al prossimo dal pulpito, bisogna per forza essersi calmati. Pensi a me, signor precettore, quando m'avr arrivato.
Weinhold
ha diciannove anni.  pallido, scarno, allampanato, e porta i capelli lunghi.  molto inquieto e nervoso.
Con tutto il rispetto possibile, signor pastore.... io so bene.... ci sono naturali tanto diversi!
Kittelhaus.
Caro giovinotto, ella ha un bell'essere uno spirito irrequieto
Con leggero rimprovero.
e lo  certo; ella ha un bell'essere impetuoso a sdegnarsi contro le cose come sono: tutto passa. Certo, certo, l'ammetto anch'io, abbiamo de' sacerdoti che fanno delle ragazzate anche quando sono ben in l con gli anni. Uno predica contro il demonio dell'acquavite e fonda societ di temperanza, un altro redige manifesti che commovono, certo, chi li legge. Ma cosa ottengono? La miseria tra i tessitori non diminuisce dove esiste. Si scalza, al contrario, la pace sociale; no, no, verrebbe proprio voglia di dire: "Ciabattino, attienti alla lesina, pastore d'anime, non preoccuparti dello stomaco. Predica la vera parola di Dio e lascia il resto a quegli che provvede gli uccelletti di tetto e di pastura, che non lascia perire il giglio de' campi." Ma ora, sarei proprio curioso di sapere, perch il nostro gentile anfitrione  scomparso cos repentinamente?
La Signora Dreissiger
s'inoltra seguta dalla moglie del pastore.  una donna sui trent'anni, robusta e sana. Il suo modo di parlare e di muoversi contrasta con l'eleganza del vestire.
L'ha cento ragioni, signor pastore. Quel benedett'uomo fa sempre cos. Quando gli passa qualche cosa per la zucca, guizza via e ci pianta come torsoli. Gliel'ho detto le migliaia di volte, ma  come parlare al vento.
Kittelhaus.
Cara signora, con gli affari non va altrimenti.
Weinhold.
Se non sbaglio c' stato qualche cosa gi.
Dreissiger
entra, riscaldato, eccitato.
Ehi, Rosa, avete servito il caff?
La Signora Dreissiger
imbronciata.
Ma che tu non possa restar fermo un momento!
Dreissiger
sbadatamente.
Ah! cosa ne sai tu?
Kittelhaus.
Scusi la domandai Si  inquietato, signor Dreissiger?
Dreissiger.
M'inquieto tutti i santi giorni che Dio mette in terra, caro signor pastore. Oramai ci ho fatto il callo. Ebbene, Rosa? Vedi un po' tu.
La Signora Dreissiger va di mala grazia a tirare il cordone del campanello.
Proprio in questo momento. L'avrei voluta l, signor precettore. Ne avrebbe viste delle belle. Del resto.... Venga, cominciamo la nostra partita.
Kittelhaus.
S, s e poi s! Lasci un po' fuori le molestie e la polvere della fabbrica e stia un po' con noi.
Dreissiger
 andato alla finestra, schiude la tenda con la mano, guarda fuori ed esclama involontariamente.
Canaglia!!! Vieni un po' qui, Rosa.
Rosa viene.
Di' un po'.... quello sperlungone laggi, quello coi capelli rossi?!
Kittelhaus.
Quello  Baecker il rosso di soprannome.
Dreissiger.
Dimmi un po'  forse lo stesso che t'insult ier l'altro? Sai bene cosa mi raccontasti quando Giovanni t'aiutava a salire in carrozza?
La Signora Dreissiger
storcendo la bocca con riluttanza.
E chi se ne ricorda pi?!
Dreissiger.
Ma smetti, dunque, di fare il broncio. Ho ben altro per la testa. Bisogna che sappia. Son arcistufo di questa impudenza. Se  lui, la pagher cara.
Si ode la canzone dei tessitori.
Ma senta, senta un po'!
Kittelhaus
sinceramente indignato.
Ma questo scandalo non deve dunque pi finire?! Ora, bisogna proprio che lo dica io stesso:  tempo che la polizia se ne immischi. Lasci vedere un po' anche a me.
S'avvicina alla finestra.
Guardi un po', signor Weinhold! Non sono soltanto ragazzacci, ma nel branco ci sono anche tessitori anziani, posati. Uomini che per tanti anni ho creduto rispettabilissimi e timorosi di Dio. Anche loro partecipano a questo scandalo. Si mettono la parola di Dio sotto i piedi. Vuole forse difendere ancora simile gente?
Weinhold.
Tutt'altro, signor pastore, cio, cum grano salis. Ecco, sono gente affamata, ignorante. Manifestano il loro malumore come sanno. Non spero che simile gente....
La Signora Kittelhaus
piccola, magra, appassita, ha piuttosto l'aria di una zitellona che d'una maritata.
Ma signor Weinhold, signor Weinhold, che dice mai?!
Dreissiger.
Signor precettore, ne sono dolentissimo. Non l'ho accolto in casa mia perch mi faccia delle conferenze umanitarie. Bisogna che la preghi di limitarsi all'educazione de' miei ragazzi e di lasciare i miei affari a me, a me solo! M'intende?
Weinhold
resta un momento perplesso, pallido come uno straccio, poi s'inchina e dice adagio con un sorriso forzato.
Certo, certo, l'ho capita. L'ho visto venire, corrisponde ai miei desideri.
Esce.
Dreissiger.
brutalmente.
Allora, al pi presto possibile; abbiamo bisogno della camera.
La Signora Dreissiger.
Ma, Guglielmo, Guglielmo!
Dreissiger.
Ma impazzisci forse? Vorresti proteggere un individuo che difende simili furfanterie e volgarit come quella canzone?
La Signora Dreissiger.
Benedett'omo, benedett'omo! Ma non l'ha....
Dreissiger.
Dica lei, signor pastore, l'ha o non l'ha difesa?
Kittelhaus.
Signor Dreissiger, bisogna tenergli conto della giovent.
La Signora Kittelhaus.
Non so, benedetto ragazzo,  di una famiglia cos onesta, cos a modo. Suo padre  stato impiegato per quarant'anni e non ha mai dato il minimo appiglio. Non si pu dire come sua madre fosse contenta che avesse trovato qui una famiglia cos buona. E lui.... lo sa apprezzare cos poco.
Pfeifer
spalancando la porta.
Signor Dreissiger, signor Dreissiger! Ne hanno acchiappato uno. La vogliono subito. N'han preso uno.
Dreissiger
premurosamente.
 corso qualcuno alla polizia?
Pfeifer.
Il sor commissario sale gi le scale.
Dreissiger
sulla porta.
Umilissimo servo, signor commissario! Ho piacere che sia venuto.
Kittelhaus fa cenni alla signora che sarebbe meglio ritirarsi. Lui, sua moglie e la signora Dreissiger scompaiono nel salone. Dreissiger, irritatissimo, al commissario che nel frattempo  entrato.
Signor commissario, ho fatto finalmente afferrare uno dei caporioni dai miei operai tintori. Non potevo sopportarli pi a lungo. La loro insolenza non ha pi limiti.  rivoltante. Ho ospiti, e questi mascalzoni non si peritano, insultano mia moglie, appena la scorgono, i miei bambini non sono pi sicuri. Rischio che prendano i miei ospiti a scapaccioni. Le assicuro che se in un paese ben ordinato si dovesse poter insultare impunemente, in pubblico, persone intemerate, come me e la mia famiglia, allora, allora dovrei riconoscere con rammarico che ho altre idee del diritto e della costumatezza.
Il Commissario
un uomo di cinquant'anni, di mezzana statura, corpulento, d'indole sanguigna, in uniforme di cavalleria con squadrone e sproni.
Certo no.... no.... certo no, signor Dreissiger! Disponga di me. Si tranquillizzi, sono completamente a sua disposizione.  perfettamente in ordine.... Anzi, son contento che abbia fatto arrestare uno di quelli che gridano pi forte. Ho proprio piacere che il nodo venga una volta al pettine. Ci sono un paio di caporioni che li ho nel mio libro nero da un pezzo.
Dreissiger.
Un paio di ragazzacci acerbi, proprio cos, canaglia senza voglia di lavorare, discoli, che fanno una vita da michelacci, tutto il santo giorno intanati nell'osteria, sinch non hanno ingozzato l'ultimo centesimo. Ma ora sono risoluto, voglio fargliene passare la voglia ben io, a questo mucchio di guastamestieri.  nell'interesse generale, non solo nel mio interesse.
Il Commissario.
Senza dubbio, signor Dreissiger, senza dubbio. Nessuno pu fargliene carico. E per quanto sta nelle mie forze....
Dreissiger.
Bisognerebbe rigarle le spalle con dei buoni nerbi, a quella canaglia.
Il Commissario.
Giustissimo, giustissimo, bisogna dare un esempio.
Il Gendarme Kutsche
entra, si mette in posizione. Attraverso la porta aperta si ode il rumore di qualcheduno spinto su a forza.
Signor commissario, rapporto rispettosamente: abbiamo arrestato un individuo.
Dreissiger.
Non vuole vederlo, signor commissario?
Il Commissario.
Sicuro, sicuro. Prima di tutto vediamo da vicino come  fatto. Mi faccia un piacere, signor Dreissiger, e resti tranquillo. Le far avere la sua soddisfazione, o voglio essere sbattezzato.
Dreissiger.
Di questo non posso appagarmi: il figuro dev'essere deferito subito al procuratore del re.
Jaeger
viene introdotto da cinque operai tintori, venuti direttamente dal lavoro, con le mani e il viso sporco di tinta. Il prigioniero ha il berretto militare di traverso, ostenta allegria ed , infatti, eccezionalmente animato, causa gli spiriti bevuti.
O, serpi degenerati! E volete essere operai?! Camerati, volete essere? Io piuttosto di farlo.... piuttosto di mettere le mani addosso ad un compagno vorrei che mi marcissero lo mani!
Ad un cenno del commissario, Kutsche fa lasciare libero il prigioniero. Jaeger resta isolato, con aria impudente, mentre attorno a lui si sorvegliano tutte le uscite.
Il Commissario
avvicinandoglisi.
Gi il berretto, mascalzone!
Jaeger obbedisce reluttantemente, senza smettere di ridere ironicamente.
Come ti chiami?
Jaeger.
Che abbiamo forse mangiato nello stesso truogolo?
Movimento tra gli astanti.
Dreissiger.
Questo  troppo!
Il Commissario
cambiando di colore, contenendo l'ira a stento.
Tutto a suo tempo. Come ti chiami, ti domando?
Non ricevendo risposta, continua trasportato dall'ira.
Rispondi, mascalzone, o ti faccio dare venticinque nerbate.
Jaeger
con tutta allegrezza, come se non sentisse nemmeno, grida sopra la testa degli astanti ad una bella cameriera che era in procinto di servire il caff ed  restata a bocca aperta.
Di' un po' su, Emiliuccia, bella stiratrice dell'anima mia, ti sei imbrancata anche tu? Mangia la foglia, vattene presto. Una volta o l'altra qui potrebbe tirar vento e spazzar tutto via dalla sera alla mattina.
La ragazza fissa Jaeger con gli occhi sbarrati, quando poi capisce che parla con lei, arrossisce, si copre gli occhi con le mani per la vergogna e fugge lasciando il servizio da caff, come si trova. Nuova agitazione fra gli astanti.
Il Commissario
contenendosi appena, a Dreissiger.
Vecchio come sono.... un'impudenza simile non mi  mai capitata.
Jaeger sputa.
Dreissiger.
Mascalzone, non sei mica in una stalla, capisci?!
Il Commissario.
Ora mi scappa la pazienza. Per l'ultima volta, come ti chiami?
Kittelhaus
durante tutta la scena ha fatto capolino ed ascoltato dietro la porta socchiusa del salone, adesso, spinto dall'emozione interviene.
Si chiama Jaeger, signor commissario, Maurizio.... non  vero? Maurizio Jaeger.
A Jaeger.
Ma  possibile, Jaeger, non mi riconosci proprio pi?
Jaeger
serio.
Lei  il pastore Kittelhaus.
Kittelhaus.
S, il tuo curato, Jaeger! Lo stesso che ti ha accolto tra i cristiani, quand'eri appena nato. Lo stesso che ti ha data la prima comunione. Te ne ricordi ancora? Quanto non ho fatto perch tu prendessi a cuore le parole del Signore!  questa la tua gratitudine?
Jaeger
cupo come uno scolaretto mortificato.
M' ben costato un tallero!
Kittelhaus.
Denaro, denaro.... Credi forse che lo spregevole, miserabile denaro.... Tientelo il tuo denaro.... ne sono molto pi contento. Che assurdit! Sii onesto, sii cristiano! Pensa a quanto hai promesso. Osserva i comandamenti del Signore. Sii buono, sii pio. Denaro, denaro....
Jaeger.
Io sono quacchero, signor pastore, non credo pi a nulla.
Kittelhaus.
Cosa, quacchero, ma sta' zitto! Vedi di emendarti e lascia stare i paroloni indigesti! Quelli sono gente religiosa, non eretici come te. Quacchero! Ma che quacchero!
Il Commissario.
Con licenza, signor pastore.
Si mette tra loro.
Kutsche, legategli le mani!
S'ode voco confuso di fuori: "Vogliamo Jaeger, Jaeger!"
Dreissiger
un po' intimidito come tutti gli astanti, s'avvicina involontariamente alla finestra.
Cosa c' mai di nuovo?
Il Commissario.
Oh! io me ne intendo; vogliono che rilasciamo questo discolo. Ma questa volta fanno i conti senza l'oste. Capite, Kutsche? Portatelo in caserma.
Kutsche
esitando con la corda in mano.
Con licenza, signor commissario, sar un osso duro. Una vera banda di diavoli scatenati! C' Baecker, c' il magnano....
Kittelhaus.
Non s'offenda.... Ma per non fare ancora pi cattivo sangue, non sarebbe meglio di provare con le buone? Forse, Jaeger promette d'andare da s, oppure....
Il Commissario.
Ma le pare?! La responsabilit  mia! Non posso assolutamente acconsentirci. Avanti, Kutsche! Non tante chiacchiere!
Jaeger
sovrapponendo i polsi e porgendoli ridendo.
Su, stretto, stretto, il pi stretto possibile. Gi,  per poco.
Kutsche, aiutato dai tintori, lo lega.
Il Commissario.
E adesso avanti, march!
A Dreissiger.
Se non  tranquillo, mandi con noi sei uomini della tintoria. Possono prenderlo in mezzo. Io cavalco innanzi. Kutsche, segua. Chi fa resistenza  preso a sciabolate.
Ululati di fuori. "Kikiriki, wau, wau". Il Commissario minacciando verso la finestra.
Canaglia, voglio darvelo io il kikiriki e il wau wau. Avanti, march!
Precede sguainando la sciabola, gli altri seguono con Jaeger.
Jaeger
grida uscendo.
Madama Dreissiger ha un bel fare il pavone, ma resta sempre dei nostri. L'ha servito a mio padre, centinaia di volte, tre centesimi di grappa. Squadrone, conversione a sinistra, march.
Esce, ridendo.
Dreissiger
dopo una pausa, ostentando indifferenza.
Che ne dice, signor pastore? Vogliamo finire la nostra partita?  sperabile che adesso ci lascino in pace.
Accende un sigaro, ridendo tra s e s.
Ora comincio a trovare la cosa buffa. Quel rompicollo!
Con uno scoppio nervoso di risa.
Non potrebbe essere pi buffa. Prima la scaramuccia col precettore a tavola: cinque minuti dopo si licenzia. Vada pure con Dio. Poi questa storia. Ma, dunque, continuiamo il nostro Whist.
Kittelhaus.
S, ma.... s, ma.... Sa cosa...? fanno un chiasso infernale!
Dreissiger.
Rifugiamoci nell'altra stanza. L stiamo tranquillissimi.
Kittelhaus
scuotendo la testa.
Se sapessi soltanto cos' entrato in corpo a questa gente! In questo devo dare ragione al precettore, per lo meno, fino a poco tempo fa, credevo che i tessitori fossero gente umile, paziente, arrendevole. Non lo trova anche lei, signor Dreissiger?
Dreissiger.
Certo, erano pazienti e maneggevoli, certo, prima erano gente costumata e a modo. Cio, sinch gli zampognari umanitari non se ne immischiarono. Adesso hanno fatto toccar loro con mano, da molto, in che terribile miseria sono immersi, sino al collo. Pensi un po' a tutti i comitati, a tutte le associazioni per alleviare la miseria dei tessitori. Il tessitore finisce col crederlo ed allora ha gi il tarlo. Allora pu venire chi vuole provar di rimettergli la testa a posto. Adesso ha preso lo slancio. Adesso brontola senza posa. Adesso questo non gli conviene, quello non gli va. Adesso vorrebbe che tutto fosse come nei quadri, che i polli corressero per l'aia belli e arrostiti.
S'odono improvvisamente evviva, sempre crescenti.
Kittelhaus.
Con tutta la loro umanit non sono dunque riusciti che a trasformare gli agnelli in lupi, dalla sera alla mattina.
Dreissiger.
Ma, che! Pure di non perdere la testa, chi sa che la cosa non finisca con l'avere il suo lato buono. Probabilmente, questi fatti non passano inosservati in alto. Chi sa che anche in alto non finiscano col persuadersi che cos non si pu pi andare avanti, che bisogna fare qualche cosa, se non si vuole che la nostra industria paesana vada proprio a gambe per aria.
Kittelhaus.
Certo, ma dica un po' qual  la causa di questa enorme depressione?
Dreissiger.
L'estero ha fatto contro di noi barricate di dazii. Fuori, ci hanno chiusi i pi grossi mercati e all'interno dobbiamo farci concorrenza al coltello, perch ci han dati completamente in bala agli altri, completamente in bala agli altri.
Pfeifer
entra pallido e sconvolto, vacillando.
Sor Dreissiger, sor Dreissiger!
Dreissiger
gi in procinto di varcare la porta del salone, si volge contrariato.
Ebbene, Pfeifer, c' qualche cos'altro di nuovo?
Pfeifer.
Ah! no.... no.... adesso ne ho abbastanza.
Dreissiger.
Cosa succede, dunque?
Kittelhaus.
Ma ci fa paura, parli dunque.
Pfeifer
non ancora padrone di s.
No.... no.... adesso ne ho abbastanza.... cose dell'altro mondo.... l'autorit.... ora s che stiamo freschi!
Dreissiger.
Che diavolo vi prende? Chi s' rotto l'osso del collo?
Pfeifer
quasi piangendo dallo spavento.
Hanno liberato Maurizio. Hanno picchiato il commissario, l'hanno fatto scappare, hanno picchiato e fatto scappare il gendarme. Senza l'elmo.... la sciabola rotta.... o poveri noi!
Dreissiger.
Pfeifer, il cervello vi ha dato di volta, non  vero?
Kittelhaus.
Ma sarebbe la rivoluzione!
Pfeifer
lasciandosi cadere su d'una sedia, tremando, quasi piagnucolando.
Sor Dreissiger, fanno sul serio! Sor Dreissiger, fanno sul serio!
Dreissiger.
E cos, l'intera polizia mi....
Pfeifer.
Sor Dreissiger, fanno sul serio!
Dreissiger.
Volete finirla s o no, Pfeifer?!
La Signora Dreissiger
entra con la moglie del pastore dal salone.
Ah,  proprio incredibile, Guglielmo. Ci guastano tutta quanta la sera. Sei contento ora? La signora Kittelhaus vuole andare a casa.
Kittelhaus.
Cara signora Dreissiger, oggi  proprio meglio....
La Signora Dreissiger.
Ma, Guglielmo, dovresti una buona volta farti sentire sul serio!
Dreissiger.
Va' un po' tu a dirglielo, va' tu, va' tu.
Fermandosi, avanti al pastore, d'un tratto.
Ma sono dunque un tiranno? Sono dunque un mangiatore d'uomini?
Giovanni
entrando.
Signora padrona, per tutti i casi ho attaccato i cavalli. Il signor precettore ha gi messo in carrozza Giorgetto e Carluccio. Se va di male in peggio, frustiamo e via.
La Signora Dreissiger.
Ma cosa deve succedere di peggio?
Giovanni.
Non lo so nemmeno io. Fo tanto per dire. Ne vengono sempre degli altri. Hanno fatto scappare il commissario e il gendarme.
Pfeifer.
Fanno sul serio, sor Dreissiger! fanno sul serio!
La Signora Dreissiger
sempre pi agitata.
Ma cosa potr mai essere?! Cosa vogliono? Non potranno mica farci del male, Giovanni?
Giovanni.
Ci sono gi dei musi duri, signora padrona.
Pfeifer.
Fan sul serio! Fan sul serio!
Dreissiger.
Acqua in bocca, pezzo d'asino!  stato messo il catenaccio alle porte?
Kittelhaus.
Mi faccia il piacere.... mi faccia il piacere... Sono risoluto.... mi faccia il piacere....
A Giovanni.
Cosa pretendono i tessitori?
Giovanni
impacciato.
Vogliono pi paga, i bietoloni.
Kittelhaus.
Sta bene; voglio uscire, fare l'obbligo mio. Voglio parlare loro seriamente.
Giovanni.
Sor pastore, sor pastore! La non ne faccia di nulla. Non sentono niente.
Kittelhaus.
Caro signor Dreissiger, ancora una parola. Mi faccia il piacere: metta gente dietro l'uscio e lo faccia chiudere appena sar fuori.
La Signora Kittelhaus.
Ma vuoi proprio andare, Giuseppe?
Kittelhaus.
Lo voglio. Lo voglio. So quel che faccio. Non stare in pensiero, il Signore mi protegger.
La Signora Kittelhaus gli stringe la mano e si tira da parte asciugandosi gli occhi.
Kittelhaus.
Mentre dalla strada s'ode incessantemente il mormorio d'una folla crescente.
Far finta.... far finta d'andare tranquillamente a casa. Voglio un po' vedere se il mio sacro ministero.... se io stesso, anzi, non godo pi nessun rispetto presso questa gente... Voglio un po' vedere.
Prende il cappello e il bastone.
Avanti dunque in nome di Dio.
Esce accompagnato da Dreissiger, Pfeifer e Giovanni.
La Signora Kittelhaus.
Cara signora Dreissiger,
Scoppiando in lagrime ed abbracciandola.
purch non gli capiti nulla!
La Signora Dreissiger.
Non so pi nulla, signora Kittelhaus,  come se mi.... Non so pi dove sono. Ma  umanamente impossibile. Se  cos....  come se la ricchezza fosse un delitto. Veda se qualcheduno me lo avesse predetto, sarei rimasta pi volentieri nella mia meschina posizione.
La Signora Kittelhaus.
Cara signora Dreissiger, ci sono disillusioni e contrariet in tutte le posizioni.
La Signora Dreissiger.
Certo, certo, me lo dico anch'io.... E se noi abbiamo qualcosa pi di tanti altri, ebbene, non l'abbiamo mica rubato. Ce lo siamo guadagnato onestamente, centesimo per centesimo. Non  assolutamente possibile che ci diano addosso come a un cane arrabbiato. Qual colpa ha mai mio marito se gli affari vanno male?
Dal basso penetra su un frastuono tumultuoso. Mentre le due donne si guardano ancora mute, allibite dallo stupore, Dreissiger si precipita nella stanza.
Dreissiger.
Rosa, buttati qualche cosa al collo e salta in carrozza, io ti raggiungo subito!
Si precipita alla cassa forte, l'apre ed intasca febbrilmente dei valori.
Giovanni.
Tutto pronto. Ma presto, prima che arrivino alla porta di dietro.
La Signora Dreissiger
presa da timor panico abbraccia il cocchiere.
Giovanni, caro Giovanni! Salvaci, caro, caro, carissimo Giovanni! Salva i miei bambini, ah, ah....
Dreissiger.
Ma sii ragionevole. Lascia dunque andare Giovanni.
Giovanni.
Padrona, padrona! Sia tranquilla. I morelli bruciano la strada. E chi non si tira da parte va sotto le ruote.
Esce.
La Signora Kittelhaus
sconsolata.
Ma mio marito? il mio povero marito? Ma, signor Dreissiger, mio marito?
Dreissiger.
Signora Kittelhaus, signora Kittelhaus! Sta benone. Si calmi, sta benone.
La Signora Kittelhaus.
Gli  capitato qualcosa. Lei non lo vuol dire, non lo vuol dire.
Dreissiger.
Stia tranquilla, la pagheranno cara. So benissimo chi c'era e chi non c'era. Una insolenza, una svergognatezza cos, non va mai immune. Una comunit che maltratta il proprio pastore, bah, diavolo! Cani arrabbiati, niente altro, bestie arrabbiate che bisogna trattare in conseguenza.
Alla signora Dreissiger che sta come inebetita.
Ma muoviti dunque un po'!
S'odono colpi contro la porta di strada.
Ma non senti, la canaglia  impazzita!
S'ode rumori di vetri spezzati.
La canaglia, il sole le ha dato in testa! Non ci resta altro a fare, bisogna veder di scappare.
S'odono grida isolate: "Vogliamo Pfeifer!... Fuori Pfeifer!"
La Signora Dreissiger.
Pfeifer, Pfeifer, vogliono Pfeifer.
Pfeifer
entrando a precipizio.
Sor Dreissiger, sono gi arrivati all'uscio di dietro. L'uscio di casa non resiste pi di due minuti. Wittich, il magnano, ci d colpi da pazzo con un bugliolo da stalla.
S'ode il frastuono ed il vocio pi chiaramente: "Vogliamo Pfeifer!... Fuori Pfeifer!" La signora Dreissiger, scappa a precipizio, la signora Kittelhaus la segue. Pfeifer tende l'orecchio, cambia di colore, distingue il proprio nome ed  preso da indicibile terrore. Dice quanto segue con la massima rapidit, confusamente, piagnucolando, gemendo, raccomandandosi, carezzando Dreissiger, baciandogli le mani, afferrandosi a lui come uno che sta per affogare.
Ah, caro sor Dreissiger, buono, buono, bravo sor Dreissiger, non mi lasci indietro. L'ho sempre servito fedelmente: ho anche trattato sempre la gente bene. Non potevo dare pi paga di quanto fosse stabilito. Non mi abbandoni, mi freddano. Se mi trovano mi accoppano. Oh, Dio! Oh, Dio! La mi' povera moglie, i miei figlioli....
Dreissiger
mentre s'avvia per escire, tenta invano di sbarazzarsi di Pfeifer.
Ma mi lasci, almeno. S'accomoder tutto: si accomoder tutto.
Esce con Pfeifer.
La scena resta alcuni minuti vuota. Nel salone si frangono cristalli. Un forte colpo fa rintronare tutta la casa: subito dopo un formidabile "Evviva", poi silenzio. Dopo pochi secondi s'ode gente salire riguardosamente, bisbigliando con brevi e continuate esclamazioni di stupore, la scala che conduce al primo piano.
"A sinistra - sempre su - pss - adagio - adagio - non pigiare - fuori i vampiri - si va a nozze - entra tu - no, entra tu!"
Nell'atrio appaiono giovani tessitori e tessitrici, che non ardiscono entrare e si fanno animo reciprocamente. Dopo alcuni secondi, superano l'esitanza, ed i tessitori e le tessitrici, miseri, macilenti, alcuni malaticci, tutti laceri, invadono il salone e le stanze di Dreissiger, considerando prima tutto con curiosit e ritrosia, poscia toccando. Delle ragazze provano a sedersi sul sof, si formano gruppi, che guardano stupiti la loro immagine nel grande specchio. Alcuni salgono sulle sedie per osservare da vicino e staccare i quadri. Frattanto ne affluiscono sempre pi.
Il Primo Vecchio Tessitore
entrando.
No eh, no eh, no eh, lasciatemi in pace. Gi cominciano gi a fracassar tutto. Ma che pazzia; non c' ombra di giudizio! E chi sa come finisce. Chi conserva la testa a posto, se ne lava le mani. Dio mi guardi e scampi dal toccar nulla.
Jaeger, Baecker, Wittich con un bugliolo, il vecchio Baumert, altri tessitori, entrano come se inseguissero qualcosa, gridando alla rinfusa con voci rauche.
Jaeger.
Dove s' ficcato?
Baecker.
Dov' il vampiro?
Baumert.
Se noi dobbiamo mangiare l'erba, mangia un po' tu i trucioli nella cassa.
Wittich.
So lo troviamo, l'agganciamo in alto.
Il Primo Tessitore Giovine.
Lo afferriamo per le gambe e lo scaraventiamo dalla finestra, che si spiattelli gi.
Il Secondo Tessitore Giovine.
 gi a casa del diavolo.
Tutti.
Chi?
Il Secondo Tessitore Giovine.
Dreissiger.
Baecker.
Anche Pfeifer?
Voci.
Cerchiamo Pfeifer! cerchiamo Pfeifer!
Baumert.
Vien fuori, caro Pfeifer, c' un tessitore da affamare.
Risa.
Jaeger.
Anche se non la troviamo quella carogna di Dreissiger, bisogna ridurlo all'elemosina.
Baumert.
Povero deve diventare! Povero come Giobbe!
Tutti si precipitano verso le porte con l'intenzione di demolire.
Baecker
che  in testa, si volta e li trattiene.
Fermi, attenti! Appena abbiamo finito qui, allora cominceremo per davvero. Da qui andremo a Bielau, da Dittrichen, quello che ha la filanda meccanica. I fabbricanti sono la colpa di tutta la miseria.
Il Vecchio Ansorge
entra dall'andito. Fatti alcuni passi, si ferma, guarda tutto con aria incredula, scuote la testa e dice battendosi la fronte.
Ma sono proprio io? Antonio Ansorge il tessitore? Ansorge  forse impazzito?  vero, mi gira tutt'intorno come una trottola. Cosa fa qui? Si divertir anche lui con gli altri. Dov' Ansorge?
Battendosi la fronte ripetutamente.
Che testa! Io non vi ho niente che vedere. Sono uno scemo, io. Fuori, fuori di qui, ribelli! A posto la testa, a posto le zampe, a posto le mani. Mi rub la mia casetta, io gli rubo la sua. Dagli, dagli.
Entra ululando nel salone. Gli altri lo seguono beffando e schiamazzando.
FINE DELL'ATTO QUARTO.
 PERSONAGGI DEL QUINTO ATTO.
IL VECCHIO HILSE.
GOTTLIEB.
HORNIG.
SCHIMIDT flebotomo.
BAUMERT.
BAECKER.
JAEGER.
IL PRIMO GIOVINE TESSITORE.
IL SECONDO GIOVINE TESSITORE.
IL TERZO GIOVINE TESSITORE.
WITTICH.
IL PRIMO VECCHIO TESSITORE.
IL SECONDO VECCHIO TESSITORE.
COMARE HILSE.
LUISA.
MIELCHEN, di sette anni.
UNA GIOVINETTA TESSITRICE.
UNA TESSITRICE.
 ATTO QUINTO.
Langen-Bilau. La stanzetta del tessitore Hilse. A sinistra una finestrola, davanti a questa un telaio. A destra un letto, vicinissimo al quale c' un tavolino. Nell'angolo a destra una stufa con una panca. Attorno alla tavola, seduti su sgabelli e sull'angolo del letto, compare Hilse, comare Hilse che  vecchia, quasi cieca e mezza sorda, nonch Gottlieb e sua moglie Luisa, stanno dicendo le orazioni del mattino. Tra il telaio e la tavola, un arcolaio. Ai travicelli affumicati del soffitto pendono vecchi utensili da tessitori e lunghe matasse. Per tutto ogni sorta di vecchiume.
La stanza bassa, stretta, disadorna, ha nel muro di fondo una porta che d nell'atrio. Dall'altra parte, di faccia alla suddetta porta, un'altra porta attraverso la quale si scorge un'altra stanza eguale alla precedente da tessitori. L'andito  lastricato con pietra, ha ornamenti deteriorati e una scala di legno sconquassata che conduce alle soffitte. Nell'andito si scorge in parte un gran catino da lavare su di uno sgabello: misera biancheria, miseri utensili domestici, sono sparsi nell'andito. La luce illumina da sinistra tutti e tre i vani.
Hilse
un tessitore con lunga barba, forte di costituzione, ma piegato dall'et, dal lavoro, dagli strapazzi, con un braccio solo, avendo perduto l'altro in guerra.  pallido, tremante, apparentemente tutto pelle, ossa e muscoli. Ha gli occhi tipici dei tessitori, infiammati e piagati. Si alza insieme al figlio ed alla nuora per recitare la seguente preghiera.
A te, potente Iddio, noi non possiamo esprimere abbastanza la nostra gratitudine, per averci conservato in grazia tua anche questa notte.... ed hai avuto compassione di noi, Signore, la tua bont giunge tanto lontano e noi siamo poveri peccatori mortali, non degni che tu ci calpesti, tanto siamo colpevoli e cattivi. Ma tu, Padre celeste, ci guardi con occhio pietoso e ci difendi per amore del tuo caro figlio, nostro Signore e Salvatore, Ges Cristo. E se talvolta ci scoraggiamo sotto le tue correzioni - se anche talvolta il fuoco purificatore scotta troppo - non tenercene troppo conto perdonaci le nostre colpe. Armaci di pazienza, Padre celeste, affinch dopo questi dolori possiamo partecipare alla tua beatitudine eterna. Amen.
Comare Hilse
che ha ascoltato penosamente piegata, dice piangendo.
Oh! il mi' omo, che belle preghiere improvvisi sempre....
Hilse.
Dov' la piccina?
Luisa si reca al catino da lavare, Gottlieb va nel riparto di fondo.
Luisa.
A Peterswalde, da Dreissiger; ha incannato un altro paio di matasse, iersera al tardi.
Hilse.
parlando molto forte.
Aspetta, ora ti porto l'arcolaio.
Comare Hilse.
Portalo, portalo pure, vecchio.
Hilse.
Vorrei tanto che tu non ne avessi pi bisogno....
Comare Hilse.
Ma che! ma che! Non saprei pi cosa fare in tutta la giornata.
Hilse.
Aspetta, che ti voglio inumidire le dita. Cos non si bagnano col cotone.
Le frega le mani con uno straccio bagnato.
Luisa
dal catino del bucato.
Cos si mangia di grasso!
Hilse.
Se non c' da mangiare di grasso si mangia pane asciutto, se non c' pane, si mangiano patate, se non ci son patate si mangia semola asciutta.
Luisa.
E se non c' semola, si fa come Wengler, si cerca dove lo scorticatore ha sotterrato un cavallo crepato, lo scaviamo, e cos si vive un paio di settimane di carne d'una carogna - cos va bene, non  vero?
Gottlieb
dalla stanza di dietro.
Ma sta' zitta, gazza!
Hilse.
Sta' attenta, figliola, con tutte queste eresie!
Si mette al telaio e grida.
Non mi volevi dare una mano, Gottlieb? Non c' pi che un paio di fili da infilare.
Luisa
senza muoversi da lavare, grida.
Gottlieb, devi porgere i fili al babbo.
Gottlieb entra. Il vecchio e suo figlio cominciano il penoso lavoro del passare i fili dell'ordito nel pettine. Appena hanno cominciato, entra Hornig, nella stanza davanti.
Hornig
sulla soglia.
Buon lavoro!
Hilse.
Grazie, grazie, Hornig.
Gottlieb.
Di' un po', si pu sapere quando dormi? Il giorno fai il rivendugliolo, la notte monti la guardia.
Hornig.
Tanto non chiudo pi occhio!
Luisa.
Benvenuto, Hornig!
Hilse.
Ebbene, cosa porti di nuovo?
Hornig.
Grandi novit, mastro Hilse. Quelli di Peterswalde ci si son messi di buzzo buono e han fatto scappare il fabbricante Dreissiger con tutta la famiglia.
Anna
con un principio d'inquietudine.
Anche oggi Hornig ha alzato il gomito di mattinata.
Hornig.
Questa volta vi sbagliate, bella ragazza, vi sbagliate proprio. Ho gi sul baroccino certi grembiulini da bambini! No, no, dico la pura verit. L'han scacciato, come vero che mi chiamo Hornig. Iersera venne a Reichenbach. L, per paura dei tessitori, non l'han nemmeno voluto accogliere.  stato costretto a filare verso Schweinitz.
Hilse.
infila accuratamente i fili dell'orditura, attraverso il pettine. Suo figlio, dall'altra parte, li prende con una pinzettina.
Ma falla finita, Hornig!
Hornig.
Voglio che mi stronchino tutti gli ossi, se non  vero. Ormai lo sanno anche i ragazzi.
Hilse.
A un de' due gira la boccia: a me o a te?
Hornig.
Come sarebbe a dire? Quanto t'ho raccontato  vero come l'ostia nel ciborio. Non lo racconterei se non avessi visto tutto coi miei propri occhi. Con questi occhi qui, come vedo te, Gottlieb. La casa gliel'han demolita dalla cantina alle grondaie. Da un abbaino han scaraventato gi la porcellana, lungo tutto il tetto. Le pezze di frustagno nel fiume, non si potevano nemmeno pi contare! L'acqua non scorreva pi, le scavalcava, tutta bleu dall'indaco che vi avevan vuotato dentro! Le nuvole bleu salivano a sbuffi. E che bella fiammata! Non soltanto in casa.... nella tintoria.... nei magazzini.... Le ringhiere spezzate per le scale! Le assi strappate dagli impiantiti! Specchi fracassati.... Sof, seggiole, tutto, tutto, sventrato, dilaniato, pestato, tagliato, scheggiato, sbalestrato - ma che! polverizzato! - me lo puoi credere, peggio che alla guerra.
Hilse.
E son stati i tessitori di quass?
Scuote la testa con aria incredula. Alla porta si sono adunati i vicini curiosi.
Hornig.
E chi se non loro? Potrei fare il nome di tutti. Ho accompagnato il sottoprefetto a traverso la casa. Ho discorso con tanti. Coscienziosi come sempre. Han fatto il loro affare adagino, adagino, ma proprio a modo. Il sottoprefetto ha discorso con tanti. Erano rispettosi come al solito; ma in quanto a smettere, oh questo no! Sfasciavano i pi bei mobili, come se guadagnassero la giornata.
Hilse.
E tu avresti condotto il sottoprefetto a vedere la casa?
Hornig.
E che credi che abbia paura? Me mi conoscon tutti come l'erba bettonica. Io non ho nulla con nessuno. Vivo d'accordo con tutti. Com' vero che mi chiamo Hornig, l'ho condotto io. E me lo potete credere, mi ha fatto male vederlo! E anche al sottoprefetto, si vedeva, gli faceva male! E perch poi? Non si sentiva rifiatare una parola! Tutti zitti come l'olio! Veniva proprio rispetto, a vedere come tutti quei poveri morti di fame si vendicavano una buona volta!
Luisa
con crescente eccitazione, e fregandosi gli occhi col grembiule.
Gli sta bene, cos bisogna fare!
Alcuni Vicini
alla rinfusa.
Anche qui ci sarebbero abbastanza mignatte. - Uno sta l di faccia. - Ha in stalla sei cavalli e quattro carrozze a spese dei poveri tessitori.
Hilse
sempre incredulo.
Chi l'avrebbe mai creduto? Com' andata?
Hornig.
Vattel'a pesca! Uno dice cos, l'altro dice cos!
Hilse.
Ma cosa dicono, dunque?
Hornig.
Bah! se ci tieni! Dreissiger avrebbe detto: "Se muoion di fame, i tessitori possono mangiare l'erba." Io non so altro.
Agitazione tra i vicini che se lo ripetono gli uni agli altri con indignazione.
Hilse.
Ora senti ben me, Hornig. A me, tu potresti anche dire: "Compare Hilse, domani devi morire." "Potrebbe anche darsi - risponderei io - perch no?" O potresti dirmi: "Compare Hilse, domani il re di Prussia verr a trovarti" - ma che i tessitori, dei galantuomini come me e il mi' figliuolo abbiano fatto tanto.... mai, mai, mai! Non lo creder mai e poi mai!
Mielchen
una bella bambina di sette anni, coi capelli biondi sciolti, entra saltando e porge alla madre un cucchiaione d'argento.
Mammuccia, mammuccia mia! Guarda cos'ho! Compramici un vestitino!
Luisa.
Da dove vieni cos scalmanata?
Con crescente eccitazione e curiosit.
E ora cosa mi riporti in casa? Dove ti sei ficcata? E le matasse sono ancora nel panierino? Che storia  questa, eh?
Hilse.
Dov'hai preso il cucchiaio, bambina?
Luisa.
Pu anche darsi che l'abbia trovato.
Hornig.
Pu valere due o tre scudi.
Hilse
fuori di s.
Fuori, fuori di qui! Fuori pi presto che presto! O vuoi che prenda un nerbo? E il cucchiaio lo porti subito dove l'hai preso. Fuori! Vuoi fare di noi una banda di ladri? Eh? Azzrdati, te ne fo passare la voglia io!
Cerca un bastone.
Mielchen
attaccandosi ai panni della mamma piangendo.
Nonno, nonno.... non mi picchiare.... l'abbiamo trovato. I bambini co' na.... spi.... n'han trovati anche.... loro.
Luisa
tra la paura e la curiosit.
Lo senti eh?! L'ha trovato! Dove l'hai trovato, anima mia?
Mielchen
singhiozzando.
A Peterswald.... a Peterswald.... davanti la casa di Dreissiger.
Hilse.
Ah! il regalo ci vien di l?! Ma mettiti le gambe in collo.... altrimenti ti fo trottare con la frusta.
Comare Hilse.
Ma cosa succede?
Hornig.
Sai cosa devi fare, compare Hilse? Gottlieb s'infila la giacchetta e gli fai portare il cucchiaio al sindaco.
Hilse.
Presto, Gottlieb, infilati la giacchetta!
Gottlieb
mettendosi la giacchetta rapidamente.
Lascia fare a me: ora corro dal segretario e spiego io come sta la cosa. Devon capirlo anche loro: una bambina cos non ha giudizio. E poi riconsegno il cucchiaio. Non pianger pi, grulla!
Luisa conduce la bambina piangente nella camera attigua di cui chiude la porta.
Hornig.
Pu valer benone tre scudi.
Gottlieb.
D un po' una pezzuola, Luisa! Non voglio cos! Che, che, un cucchiaio cos caro!
Involta il cucchiaione, con le lagrime agli occhi.
Luisa.
Se fosse nostro, ci sarebbe da campare diverse settimane!
Hilse.
Va va, vergognati! Nasconditi sottoterra! Non ci manca altro! Sto fresco io! Spicciati, levamelo di casa!
Gottlieb esce col cucchiaione.
Hornig.
Ora poi, bisogna che riprenda le carabattole.
Esce, discorre ancora alcuni secondi nell'andito, poi scompare.
Schmidt
un ometto con l'argento vivo addosso, col viso rotondo, paonazzo, entra in casa.
Buon d, brava gente! Belle cose che cpitano.
Minacciando col dito.
Gi, gi, fate il nesci!
Sulla soglia della stanza, ma senza entrare.
Buon d, compare Hilse!
Ad una inquilina.
E cos, nonna, come va il reumatismo? Meglio, non  vero? Lo vedete eh?! Compare Hilse, bisogna pure che veda una volta cosa fate voialtri! Corpo di bacco! Cos'ha la nostra vecchietta?
Luisa.
Sor dottore, i nervi degli occhi si son seccati, non ci vede pi.
Schmidt.
 la polvere e il tessere col lume. Ma dite, ci raccapezzate, qualcosa? Tutto Peterswald  sottosopra. Stamattina monto sul mi' legnetto, senza pensare a male, senza sospettare nulla. Cosa mi tocca a sentire? Che diavolo li ha presi, Hilse? Scatenati come un branco di lupi. Vogliono la rivoluzione.... fanno la rivoluzione.... fanno resistenza, saccheggiano, scorrazzano. Mielchen! dov' Mielchen?
Luisa riprende Mielchen ancora tutta rossa di pianto.
Qua Mielchen, frugami un po' in tasca. Le nocciuole son tue. Adagio, adagio, non tutte in una volta. Corpo di Bacco! Prima cantami qualche cosa.
Cantarellando.
"Volpicella, che facesti.... hai mangiato la.... la...." dunque? Chi l'avrebbe mai pensato! Una banda di circa millecinquecento uomini.
Si sente suonare a stormo in lontananza.
Pss.... A Reichenbach suonano a stormo. Millecinquecento! Proprio il finimondo! Mi vien la pelle d'oca!
Hilse.
Vengon proprio qui, a Bilau?
Schmidt.
Certo, certo. Son passato avanti in carrozza. Proprio nel bel mezzo ad uno sciame intero. Pi di tutto sarei sceso volontieri e avrei data una polverina per uno. Spantanavano uno dopo l'altro, proprio la processione della miseria, e cantavano una canzone che Dio ci scampi e liberi. Il mi' Federico, a cassetta, batteva i denti come una donnicciuola. Appena li abbiamo passati, abbiamo dovuto rimetterci l'anima in corpo con un bicchierino. Non vorrei essere un fabbricante per tutte le ricchezze del mondo.
Canto lontano.
Ma sentite un po'! Pare che battano uno stinco di morto su d'una pentola fessa. Ragazzi, tra cinque minuti son qui. Addio, figlioli. Non state a far sciocchezze. La truppa non si fa aspettare molto. Abbiatevelo per detto. Quelli di Peterswald hanno perduto la testa.
Scampano pi vicino.
Ora entrano in ballo anche le nostre campane bisogna proprio che siano impazziti tutti.
Sale al piano superiore.
Gottlieb
senza fiato. Gi nell'atrio dice ad una inquilina.
Li ho visti! Li ho visti! Eccoli, comare!
Sulla soglia.
Son qui, babbo! Son qui, babbo! Con stanghe, forche, vanghe! Son gi da Dittrich. Distribuisce quattrini a chi ne vuole! O Ges, che sar mai! Non li ho nemmeno guardati. Tanti e poi tanti! Se i primi prendono la spinta, buona notte signori ai fabbricanti.
Hilse.
Che bisogno di correr tanto?! Non sei contento finch il tuo male non ti ributti in un fondo di letto a batterti i fianchi?
Gottlleb
non senza una gradevole vivacit.
Bisognava ben che corressi, altrimenti mi trattenevano. Vociavano gi tutti che dessi una mano. C'era anche compare Baumert. M'ha detto: "Piglia anche tu un po' di palanche! Sei anche tu un morto di fame!" Ha persin detto: "Chiama un po' tuo padre...." Voleva che ti chiamassi, babbo, perch tu aiutassi a render pan per focaccia ai fabbricanti!
Riscaldandosi.
Dice che ora vengono tempi migliori. I tessitori han finito di soffrire! Che andassimo tutti a dare una mano. La domenica si deve metter tutti la carne al fuoco e bere un bicchier di vino in tutte le solennit. Di me ha detto che non avremo pi bisogno di somigliare alla carestia!
Hilse
contenendo lo sdegno.
Bel compare tu hai! Vuole che tu ti mischi a queste ruberie?! Gurdatene bene, figliolo! Qui il diavolo ci ha messo la coda. Lavorano per Satana.
Luisa
in un impeto di passione, impetuosamente.
Gi, Gottlieb! Accccolati dietro la stufa, con un mestolo in mano, il bavagliolino al collo e la pappa sulla ginocchia! Dille le devozioni, dille! Cos piace al babbo! E vuol essere un uomo!
Gl'inquilini ridono.
Hilse
tremando di furore represso.
E tu vuoi essere una donna per bene, eh?! Ti voglio dire io il fatto tuo! Vuo' essere una buona mamma con quella linguaccia sacrilega?! Bell'esempio per la tu' figliola! Istigare il tu' omo a tali furfanterie, alla galera!
Luisa
senza pi nessun ritegno.
Con le vostre ciancie bigotte.... andate un po' a saziarne un bambino. Per questo han stentato sempre tra i pidocchi e gli stracci. Non c'era nemmeno da asciugare una fascia. Appunto, perch sono una buona mamma, lo so! E appunto perch lo so, voglio vedere tutti i fabbricanti all'inferno, al carnaio! Empitegli un po' il becco, a una creaturina cos! Da quando venivano al mondo, a quando la morte mi faceva la carit di portarseli via, ho pi spesso pianto che respirato. Voialtri, ve ne lavavate le mani. Voi altri pregavate, cantavate, ma io mi sono messa i piedi in sangue per correre a cercare un sorso di latte. Quante e quante notti non mi sono rotta la testa per portarne via uno al camposanto. Ma cosa ha fatto una creaturina cos, eh? per finir cos male! E dall'altra parte del paese, dai Dittrich gli fanno il bagno col vino e li lavano col latte! No eh, no eh! Quando vengono qui non mi lascio trattenere da dieci cavalli. E abbiatevelo per detto: se assaltano la casa dei Dittrich - io son la prima - e chi mi vuol trattenere, si raccomandi l'anima. Son stufa com' vero che son battezzata.
Hilse.
Per te non c' pi remissione.
Luisa
fuori di s.
Per voialtri non c' pi remissione. Sapete cosa siete? Strofinacci! non uomini. Musi di ricotta che scappano davanti alle pecore. Poltroni che dicono tre volte grazie a chi li prende a calci. A voialtri v'hanno lasciato cos poco sangue nelle vene che non diventate nemmeno pi rossi. Per le vostre ossa marcite non ci vorrebbe che la frusta.
Esce furibonda. - Pausa d'imbarazzo.
Comare Hilse.
Ma cos'ha Luisa, vecchio mio?
Hilse.
Nulla, vecchietta mia. Cosa deve avere?
Comare Hilse.
Di' un po', vecchietto mio, fai tanto per dire, non suonano le campane?
Hilse.
Porteranno via qualcheduno, vecchietta mia.
Comare Hilse.
Soltanto me, il Signore non mi vuole. Ma perch non ho a morir mai, vecchio mio?
Pausa.
Hilse
cessa di lavorare, s'erge sulla persona, solennemente.
Gottlieb, la tu' moglie mi ha detto certe cose! Senti un po' me, Gottlieb; guarda qui!
Si scopre il petto.
Qui s'era ficcata una palla grossa come una nocciola. Dov'ho lasciato il braccio, Dio solo lo sa. Eppure le talpe non mi han roso vivo. La tu' moglie - allora - non era ancora nella mente di Dio, e io avevo gi versato il mio sangue a litri per la patria. E per questo pu discorrere quanto le pare. Per conto mio si accomodi. Per me  vento. - Paura? Io avere paura? Ma di che, dimmelo un po' tu? D'un paio di soldati forse che manderanno contro i ribelli? Non ci mancherebbe altro! No eh, no eh, e se ho il filo della schiena un po' molle, al momento buono ho muscoli come il ferro. Se occorresse la farei vedere ad un paio di baionette. E, poi, per male che l'andasse?! Farei tanto volontieri festa una buona volta. Per morire non mi farei certo pregar tanto. Meglio oggi che domani. No eh, no eh, Dio lo volesse! Cosa ci si rimette poi? Si piangerebbe un vecchio cassettone come me?! Quel carico di pensieri e malanni che chiamano vita, lo butterei tanto volentieri sulla strada. Ma poi, Gottlieb - poi vien qualcosa e se lo si compromette, buona notte signori.
Gottlieb.
Chi lo sa cosa viene quando s' morti? Visto, non l'ha visto nessuno.
Hilse.
Dammi retta, Gottlieb! Non dubitare del solo che resta a noi poveri. Perch mi sarei stroncato il fil della schiena al telaio per pi di quarant'anni? E sarei stato tranquillamente a vedere come que' l s'impinzano d'ogni ben di Dio e fanno d'ogni erba fascio e fanno quattrini della mia fame e de' miei pensieri? Perch mai? Perch avevo una speranza. In tanta miseria ho qualcosa di mio.
Accennando attraverso la finestra.
Tu hai la tua parte qui, io al di l: questo mi son detto. E mi lascio squartare, tanto ne son sicuro. C' stato annunziato: Verr il giudizio universale; ma i giudici non sarem noi. Mia  la vendetta, ha detto il Signore, nostro Dio.
Una Voce
attraverso la finestra.
Tutti fuori, tessitori!
Hilse.
Per me fate come vi pare.
Si mette al telaio.
Me, bisogna ben che mi lasciate qui.
Gottlieb
dopo breve lotta interna.
Vo al lavoro anch'io. Succeda un po' quel che vuole.
Esce. S'ode la canzone dei tessitori, cantata da circa quattrocento voci, in vicinanza: risuona come un cupo e monotono lamento.
Voci d'Inquilini
nell'andito.
Poveri noi, poveri noi, ora vengon davvero. - Sono fitti come le formiche. - Non credevo ce ne fossero tanti. - Non pigiare, vo' vedere qualcosa anch'io. - Guarda che trave porta quello che va in testa! - Veh! Veh! coprono tutta la strada.
Hornig
si mischia agli inquilini nell'andito.
Ve l'ho detto io? Meglio che al teatro. Questo non si vede mica tutti i giorni. Dovreste venire anche voialtri da Dittrich. Non si pu creder cosa v'han gi fatto? Non si sa pi cosa sia casa, cosa sia fabbrica - niente pi cantina - pi niente di niente. - Le bottiglie se le vuotano in un attimo. Nemmeno il tempo di levare il tappo. Un, due, tre, tac, via il collo. Anche se si taglian il grugno co' vetri, non ci badano. Ce ne sono che corrono attorno sanguinando come i porci! Ora faran la festa a questo dei Dittrich.
Il canto della massa  ammutolito.
Voci d'Inquilini.
Non han poi l'aria tanto cattiva.
Hornig.
Uhm! Aspettate soltanto un po'! Ora s'accorgon del bel colpo che c' da fare. Vedi, vedi, come tastano il palazzo da tutte le parti. Guarda quel diavolaccio con il bugliolo in mano! Quello  un magnano di Peterswald; con lui non si scherza. Sfonda le porte pi forti, come se fossero di marzapane - me lo potete credere! Se fa tanto di mettere la mano su d'un fabbricante, quello  nel novero dei pi.
Voci d'Inquilini.
Ora la musica comincia. - Una sassata ha sfondato la finestra. - Chi sa che tremarella, il vecchio Dittrich! - Cosa c' scritto, lo puoi leggere? - Starei fresco, se non sapessi leggere! - Allora leggi! - Sa.... re.... te.... tutti.... sod.... dis.... fatti, sare... te.... tut.... ti.... soddisfai.... ti!
Hornig.
Poteva farne a meno. Non leva un ragno dal muro. Quei benedetti ragazzi non senton ragioni. Voglion far la festa alla fabbrica! Vogliono sbuzzare tutti i telai meccanici! Quelli s che sono i guastamestieri! Lo vede persino un cieco! No eh! no eh, oggi ci vanno di buona voglia, i cristiani! Non c' sindaco, non c' delegato che tenga - non li tratterrebbe nemmeno il diavolo. Chi li ha visti all'opera sa che gragnola sono.
Voci d'Inquilini.
Guarda, guarda, quanti sono! - Cosa vogliono mai fare?! -
Con stupore.
Ora passano il ponte!
Paurosamente.
S'internano qui!
Tutti fuggono. La casa resta vuota. Uno sciame di rivoltosi, sporchi, polverosi, rossi di fatica e di spiriti, irrompe selvaggiamente, brutalmente e si sparge per tutte le stanze gridando: "Fuori tutti!" - Baecker ed alcuni ragazzacci armati di randelli e stanghe, entrano nella stanza del vecchio Hilse. Riconoscendolo restano un momento perplessi, come disarmati.
Baecker.
Smettetela, babbo Hilse, con quella stregoneria. Lasciate pestare il telaio a chi n'ha voglia. Non avete pi bisogno di spezzarvi le reni. A questo ci pensiamo noi.
Il Primo Giovane Tessitore.
Non dovete pi andar a letto a digiuno.
Il Secondo Giovane Tessitore.
Anche i tessitori han d'avere il tetto sulla testa e la camicia addosso!
Hilse.
Che diavolo fate con le accette e le stanghe?
Baecker.
Le vogliamo rompere sul groppone a Dittrich.
Il Secondo Giovane Tessitore.
Le vogliamo arroventare e ficcare in gola ai fabbricanti. Devono provare una volta come brucia la fame.
Il Terzo Giovane Tessitore.
Venite anche voi, babbo Hilse, non si fa grazia a nessuno.
Il Secondo Giovane Tessitore.
Di noi non ha avuto misericordia nessuno, n Dio, n il diavolo. Adesso ci facciamo giustizia da noi.
Baumert
entra un po' brillo, con un pollo morto in una mano, allargando le braccia.
Fra-telli - siam tutti buoni fra-telli! Qui, sul mio cuore, fratelli!
Risa.
Hilse.
In che stato sei, Guglielmo?!
Baumert.
Tu, Gustavuccio?! Gustavo, povero morto di fame, qui, qui sul mio core!
Commosso.
Hilse.
brontolando.
Lasciami in pace.
Baumert.
Cos , Gustavo. Bisogna aver fortuna. Guardami un po', Gustavo. Che aria ho? Bisogna aver fortuna! Non sembro un principe?
Battendosi la pancia.
Indovina un po' cosa c' dentro? Un desinare da cardinale! Bisogna aver fortuna e poi si beve sciampagna, si mangiano pernici. - Vi voglio dire una cosa: abbiamo commesso uno sbaglio: dobbiamo stender la mano e servirci da noi.
Tutti
alla rinfusa.
Dobbiamo servirci da noi! Evviva!
Baumert.
Quando s' pappato una volta un buon boccone, lo ci si sente subito addosso! Ges.... ! viene un coraggio da leone! S'ha tanta forza nei muscoli che non si guarda pi nemmeno dove si picchia. Evviva la cuccagna!
Jaeger
sulla soglia, armato d'un vecchio sciabolone di cavalleria.
Abbiamo fatto un paio d'attacchi co' fiocchi.
Baecker.
Si sa gi benone il nostro mestiere. Un, due, tre, siamo nella fortezza. Va, come una bella fiammata!... Crepita e scricchiola ch' un piacere. Le faville schizzano come dall'acciarino.
Il Primo Giovane Tessitore.
Bisognerebbe fare anche un bel fuoco d'artificio.
Il Secondo Giovane Tessitore.
Corriamo a Reichenbach e diamo fuoco alle case coi signori dentro.
Jaeger.
Sarebbe tanto di sistemato. Farebbero un affarone con l'assicurazione.
Risa.
Baecker.
Di qui andiamo a Treiburg e Tromtra.
Jaeger.
Bisognerebbe fare i conti con gl'impiegati. L'ho letto io: il male vien tutto da' burocratici.
Il Secondo Giovane Tessitore.
E poi, prendiamo Breslavia. Ne vengono sempre di pi!
Baumert
a Hilse.
Bevi un sorso, Gustavo!
Hilse.
Non bevo mai acquavite!
Baumert.
Questo era buono per il vecchio mondo, oggi siamo nel mondo nuovo, Gustavo!
Il Primo Giovane Tessitore.
Non  mica Pasqua tutti i giorni.
Risa.
Hilse
impaziente.
Tizzoni del diavolo, cosa volete da me?!
Baumert
un po' scosso, con la massima cordialit.
Ma senti un po', volevo portarti un pollastrino. Volevo che tu ne facessi un po' di brodo per la tua vecchietta.
Hilse
colpito, quasi abbonito.
Ah! va e diglielo a lei.
Comare Hilse
ha ascoltato penosamente, tenendo la mano all'orecchio e scuote adesso la mano in atto di rifiuto.
Lasciatemi in pace, non voglio pollastrini.
Hilse.
Hai ragione, vecchierella mia. Io nemmeno. E quello l meno d'ogni altro. E a te, Baumert, ti voglio dire una parola. Quando i vecchi balbettano come i bambini, il diavolo fa la ruota dalla contentezza. E, voialtri, tenetevelo per detto! Tra me e voi non abbiamo nulla da fare. Qui ci siete a mio dispetto. Secondo ragione qui non avete nulla a cercare!
Voci.
Chi non  con noi,  contro di noi.
Jaeger
brutalmente, minaccioso.
Sei proprio buffo. Dacci retta, nonno, non siamo mica ladri.
Voci.
Abbiamo fame, non vogliamo altro.
Il Primo Giovane Tessitore.
Vogliamo vivere anche noi e per questo abbiamo tagliata la corda che ci strozzava.
Jaeger.
E abbiamo avuto centomila ragioni.
Mettendo il pugno sotto il naso a Hilse.
Azzrdati a rifiatare. Te ne appicco uno - proprio in mezzo al quadrante.
Baecker.
Pace! pace! E tu lascia in pace un vecchio. Compare Hilse: noi la pensiamo cos; piuttosto crepare che ricominciare la vita di prima.
Hilse.
Non l'ho vissuta io, sessanta e pi anni?
Baecker.
Fa lo stesso. Bisogna che cambi.
Hilse.
Gi, nell'anno.... uno.
Baecker.
Quello che non ci voglion dare colle buone lo prendiamo colle cattive.
Hilse.
Con le cttive?
Ride.
Tanto vale vi ordiniate la cassa. Ve le danno loro le cattive. State freschi!
Jaeger.
Forse i soldati?! Anche noi siamo stati soldati. A un paio di compagnie ci pensiamo noi!
Hilse.
A chiacchiere, lo credo anch'io! E poi se ne mandate via due, ne ritornan dieci.
Voci.
dall'esterno, attraverso la finestra.
Vengono i soldati! Giudizio!
Ammutoliscono tutti di colpo. Si ode un istante suonare in lontananza tamburi e trombe. Nel silenzio generale s'ode il grido involontario: "Accidenti! Io me la batto!" Risa generali.
Baecker.
Chi parla di scappare? Chi  stato?
Jaeger.
Chi  che ha paura d'un paio d'elmi a chiodo, una miseria?! Io prendo il comando. Sono stato soldato scelto.  tutta una ciurmeria.
Hilse.
Con cosa volete tirare? Forse coi randelli?
Il Primo Giovane Tessitore.
Lasciate in pace il vecchio gufo, non ha la testa proprio a posto.
Il Secondo Giovane Tessitore.
Gi, la gli batte un po' la campagna.
Gottlieb
s' mischiato inosservato ai rivoltosi, prende il parlatore pel collo.
Cos tratti un vecchio?
Il Primo Giovane Tessitore
sbarazzandosi.
Lasciami in pace, non ho detto nulla di male.
Hilse
intromettendosi.
Lascialo sbraitare. Non ti cimentare, Gottlieb. S'accorger presto chi  pi scemo di noi due, io o lui.
Baecker.
Vieni con noi, Gottlieb?
Hilse.
Se ne guarder bene!
Luisa
entra nell'atrio e grida nella stanza.
Cosa cincischiate? Non perdete tempo con codesti biascica-paternostri. Venite in piazza! Dovete venire in piazza. Compare Baumert, venite pi presto che potete. Il maggiore parla coi tessitori, da cavallo. Vuole che vadano a casa. Se non venite presto, abbiam perso la posta.
Jaeger
uscendo.
Bel marito che tu hai!
Luisa.
Io, marito? Non ho marito!
Alcuni
cantano.
"Un omino piccino
ino, ino, oh, oh,
donne grandi sempre vuole
ina, ina, oh, oh."
Wittich
scende, per uscire, dal piano superiore, con un bugliolo in mano. Si ferma alcuni istanti.
Dgli, dgli. Chi non gli d addosso  un bastardo. Evviva!
Si precipita fuori, seguito da un gruppo, in cui Jaeger e Luisa, che gridano: "Evviva".
Baecker.
Statevi bene, babbo Hilse, ci riparleremo.
Fa per escire.
Hilse.
Poco ci credo. Altri cinque anni non li campo pi. E prima non vieni fuori.
Baecker
fermandosi sorpreso.
Fuori, da dove, babbo Hilse?
Hilse.
Dalla reclusione, o da dove, eh?
Baecker
ridendo selvaggiamente.
Per me son pi che contento. L, almeno, ci si empie il gozzo, babbo Hilse.
Esce.
Baumert
s'era pesantemente accoccolato su d'uno sgabello pensando, ora si rialza.
Gli  vero, Gustavo, una sbornietta l'ho. Ma per questo ci vedo ancora chiaro. Tu la pensi a un modo, io la penso in un altro. Io dico: Baecker ha ragione. Con le manette si dorme tra due guanciali. Alla reclusione sempre meglio che a casa. L c' chi ci pensa; l non si patisce la fame. Sicuro, volevo lavarmene le mani. Ma, vedi, Gustavo, per una volta tanto, vien voglia.
Si dirige lentamente all'uscio.
Statti sano, Gustavo. Se succede qualcosa, di' un paternoster anche per me.
Esce. - De' rivoltosi nessuno  pi in scena. L'andito s'empie a poco a poco d'inquilini curiosi. Compare Hilse annoda l'orditura, Gottlieb ha preso un'accetta dietro la stufa e ne esamina inscientemente il taglio. Entrambi, il padre e il figlio, sono commossi e muti. Dal di fuori penetra il mormorio d'una gran folla.
Comare Hilse.
Ma di' un po', vecchietto mio - le assi treman tanto - cosa succede? Cosa sar mai?
Pausa.
Hilse.
Gottlieb!
Gottlieb.
Cosa devo fare?
Hilse.
Posa quell'accetta.
Gottlieb.
Chi deve spaccar la legna, allora?
Appoggia l'accetta alla stufa. - Pausa.
Comare Hilse.
Gottlieb, obbedisci, sai, a quel che dice il babbo.
Voci
cantano davanti la finestra.
"E poi in casa, il poverino,
Ino, ino, tralal,
Sciacqua ognor le cazzeruole,
Le, le, tralassas!"
Gottlieb
salta in piedi col pugno teso verso la finestra.
Carogne, non mi fate salire il sangue agli occhi.
Rintona una salva.
Comare Hilse
soprassaltando.
O Ges, Maria, ora tuona da capo, eh?!
Hilse
giungendo involontariamente le mani.
Ecco! Gran Dio nel cielo, proteggi tu i poveri tessitori, proteggi i miei poveri fratelli!
Breve pausa. - Hilse tra s commosso.
Ora scorre il sangue.
Gottlieb
udendo la salva si  lanciato sull'accetta e brandendola selvaggiamente, incapace a contenersi pi oltre, travolto da profondo, intimo affetto, pallidissimo esclama.
Ebbene, bisogna passar ancora a cuccia?
Una Giovinetta Tessitrice
grida nella stanza.
Babbo Hilse, babbo Hilse, levatevi dalla finestra. Qui da noi una palla  entrata dalla finestra.
Sparisce.
Mielchen
sporge la testolina dalla finestra.
Nonno, nonno, han tirato una fucilata. Un paio son cascati. Uno si contorce sempre, come un baco, uno si stira come un passerotto a cui s' strappato la testa. Ah! ah! quanto sangue!
Sparisce.
Una Tessitrice.
Ne han freddato un paio.
Un Vecchio Tessitore.
State bene attenti, ora dnno addosso ai soldati.
Un Secondo Tessitore.
Eh, eh, vedi un po' le donne! Si tiran su i vestiti! Sputano in faccia ai soldati!
Una Tessitrice
grida entro la stanza.
Gottlieb, vedi un po' la tua moglie, ha pi fegato di te, si butta avanti alle baionette come andasse a ballare.
Quattro uomini portano un ferito. Silenzio. Si ode una voce che dice: " Ulrico il tessitore!" Dopo alcuni secondi, la stessa voce riprende: "Ha chiuso bottega per sempre". S'odono i portatori salire una scala di legno. Al di fuori repentinamente: "Evviva, Evviva!".
Voci nell'interno.
Ma dov'han preso i sassi? Dallo stradale! - Poveri soldati, adesso. - Ora i sassi grandinano.
Al di fuori grida di spavento e clamori che s'estendono sino all'atrio. La porta viene sbatacchiata con grida di terrore.
Voci d'Inquilini.
Ricaricano i fucili. - Fanno subito un'altra scarica. - Babbo Hilse, levatevi dalla finestra.
Gottlieb
correndo ad afferrar l'accetta.
Cosa, cosa, cosa! Siamo forse cani arrabbiati?! Voglion darci palle e piombo, invece che pane?
Esitando un momento con l'accetta in mano, al vecchio.
Devo lasciar ammazzar mia moglie? Mai! Mai!
Precipitandosi fuori.
Attenti! Adesso vengo io!
Hilse.
Gottlieb, Gottlieb!
Comare Hilse.
Dov' Gottlieb?
Hilse.
 andato al diavolo.
Voci d'Inquilini.
Ritiratevi dalla finestra, babbo Hilse!
Hilse.
Io, mai. Nemmeno se perdete la testa tutti!
Con estasi crescente, a sua moglie.
Il mio Padre celeste m'ha destinato qui. Non  vero, vecchietta? E qui restiamo e qui facciamo il cmpito nostro, anche se la neve prende fuoco.
Comincia a tessere. - S'ode una scarica di moschetteria. Colpito a morte, il vecchio Hilse scatta in piedi, ma ricade subito bocconi sul telaio. Contemporaneamente, risuonano pi forti "Evviva". Coloro che sinora erano restati all'interno, si slanciano fuori gridando pure "Evviva". La vecchia dice diverse volte in tuono interrogativo: "Babbo, babbo, cos'hai?" Gl'incessanti evviva s'allontanano pi e pi. Improvvisamente ed impetuosamente, Mielchen entra.
Mielchen.
Nonno, nonnino mio, hanno spinto i soldati fuori del paese. Hanno assalito la casa di Dittrich, fanno proprio come dai Dreissiger. Nonnuccio?
La bambina  presa da spavento, fa attenzione, e con un dito in bocca s'avvicina cautamente al morto.
Nonnuccio?!
Comare Hilse.
Ma apri bocca, vecchietto mio. Di' una parola; c' davvero da aver paura.
...
.
...
FINE.